Guerre esistenziali, piazze infuocate, chiusure autarchiche, violenza dilagante nella condizione onlife. A prima vista può sembrare un titolo da fine del mondo. La preoccupazione è reale ma il tema deve essere inquadrato nel contesto più ampio della metamorfosi del mondo.
I fatti drammatici a cui assistiamo ogni giorno non rappresentano una novità. Il problema è che, particolarmente oggi, ciò che accade si salda pericolosamente a una crisi di governance e di leadership e avviene in un tempo turbo-tecnologico. Le prospettive di speranza (ciò che potremmo/dovremmo scegliere strategicamente) ci sono: società aperte, riforma del multilateralismo in termini di ripensamento filosofico e di funzionamento degli organismi sovranazionali, pensiero complesso, metodo umano, bene comune.
Chi, come chi scrive, pensa che siamo arrivati a un punto di svolta ha la responsabilità di contribuire ad aprire nuove frontiere teoretico-pragmatiche. E la responsabilità principale, per poter pronunciare degnamente le parole pace e libertà, sta nel superare i linguaggi di separazione e di contrapposizione, principi di guerra.
Ormai dovrebbe essere chiaro, per chi voglia vedere, che il circolo vizioso nel quale classi dirigenti miopi stanno portando l’umanità è insostenibile dal punto di vista sistemico. Chi oggi ‘governa’ il mondo, in diversi Paesi, non è (del tutto) la causa scatenante di questi tempi bui: realismo e onestà intellettuale impongono di dire che sono decenni (almeno, dalla caduta del muro di Berlino) che la crisi delle classi dirigenti erode nel profondo le certezze che abbiamo ereditato dopo la fine della seconda guerra mondiale.
Ora, nell’accelerazione tecnologica, il livello di complessità e d’incertezza è certamente cresciuto e una politica di fatto ridotta ad amministrazione dell’esistente si trova a fare i conti con le paure diffuse, cavalcandole nell’illusione di governare il futuro già presente. Accanto a questo, la politica non riesce a cogliere la grande questione antropologica che, non da oggi, si è aperta: intere quote di umanità sono escluse non solo dai processi decisionali ma, cosa ancor più grave, rinunciano a partecipare a qualsivoglia lavoro comune di partecipazione al destino planetario. Tale rinuncia, in molti casi, non vale per le generazioni più giovani: occorre incrociare tali sensibilità e consolidare percorsi di ricostruzione di strade nuove, di pensiero critico e non violente.
Con i più giovani, dobbiamo tornare a interrogare la storia non solo per affrontare il semplicistico rapporto tra problema e soluzione ma per maturare, in chiave transgenerazionale, mediazioni e visioni per il bene comune. Nessuno può salvarsi da solo in un mare in tempesta: il metodo umano è la nostra bussola.
(English version)
Existential wars, blazing squares, autarchic closures, rampant violence in the onlife condition. At first glance, it may sound like a doomsday headline. The concern is real, but the issue must be framed within the broader context of the world’s metamorphosis.
The dramatic events we witness every day are nothing new. The problem is that, particularly today, what happens fuses dangerously with a crisis of governance and leadership and unfolds in a turbo-technological age. Prospects for hope (what we could/should choose strategically) do exist: open societies, reform of multilateralism in terms of philosophical rethinking and the functioning of supranational bodies, complex thinking, the human method, the common good.
Those who, like the writer, believe we have reached a turning point have a responsibility to help open new theoretical-pragmatic frontiers. And the primary responsibility, in order to utter the words peace and freedom worthily, lies in overcoming the languages of separation and opposition, the principles of war.
By now it should be clear, to anyone willing to see, that the vicious circle into which short-sighted ruling classes are leading humanity is unsustainable from a systemic standpoint. Those who ‘govern’ the world today, in several countries, are not (entirely) the triggering cause of these dark times: realism and intellectual honesty demand saying that for decades (at least, since the fall of the Berlin Wall) the crisis of ruling classes has been eroding to the core the certainties we inherited after the end of the Second World War.
Now, in the technological acceleration, the level of complexity and uncertainty has certainly grown, and a politics effectively reduced to administration of the existing finds itself reckoning with widespread fears, riding them in the illusion of governing the future already present. Alongside this, politics fails to grasp the great anthropological question that, not since today, has opened up: entire portions of humanity are excluded not only from decision-making processes but, more gravely still, renounce participating in any common work of participation in the planetary destiny. Such renunciation, in many cases, does not apply to the younger generations: we must intersect such sensibilities and consolidate paths of rebuilding new roads, of critical and non-violent thought.
With the youngest, we must return to questioning history not only to address the simplistic relationship between problem and solution but to mature, in a transgenerational key, mediations and visions for the common good. No one can save themselves alone in a stormy sea: the human method is our compass.
Marco Emanuele (Consigliere della SIOI per l’Innovazione)
Disagio tecnologico e metodo umano / Technological discomfort and human method
Metodo umano per strategie di de-escalation / Human Method for De-escalation Strategies
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Metodo umano. Il linguaggio fa la differenza / Human method. Language makes the difference
Il metodo umano, oltre la mentalità totalitaria / The human method, beyond the totalitarian mindset
Metodo umano e bene comune / A human method and the common good
Noi, in cammino. Del metodo umano / We, on the way. On the human method



