L’intelligenza non è artificiale. Centralità del metodo umano / Intelligence is not artificial. The centrality of the human method

Più volte abbiamo scritto di essere tecno-realisti, consapevoli del mix di opportunità e rischi che il tempo turbo-tecnologico ci consegna. Di fronte alle evoluzioni che noi stessi inventiamo, alcuni sostengono – con sfumature diverse – che occorra rallentare e riflettere sulla possibilità che l’intelligenza artificiale sia intelligente per come noi umani intendiamo tale facoltà, forse anche di più. Il dibattito, naturalmente, ha un suo fondamento tecnico e di sicurezza (se guardiamo agli ‘incidenti’ che sono successi e che continuano a succedere) ma manca del tutto (o quasi) una riflessione profonda sul chi diventiamo noi umani nel pieno dell’accelerazione tecnologica.

La questione ha a che fare con l’ ‘oltre’ dell’intelligenza: nulla di artificiale ma molto di complesso. Con metodo umano (morale, culturale, politico, economico, giuridico), il tema che qui si pone è la natura e la qualità del nostro talento d’intendere, e attraverso quali strumenti. Il tempo turbo-tecnologico ci consegna le possibilità di una intelligenza potenziata, uomo-macchina, per consolidare progressivamente la nostra intelliigenza visionaria.

Ciò che dovremmo imparare, in questa fase storica, è a essere più intelligenti in quanto umani, maturando profonda consapevolezza. Chi pensa di poter fare a meno delle macchine si colloca fuori dalla realtà: senza deificarle, le macchine sono parte di noi, consustanziali al nostro processo evolutivo/involutivo.

Dal punto di vista del metodo umano, il tema dell’intelligenza nell’oltre è uno dei percorsi decisivi per vivere il nostro cammino. L’intelligenza visionaria (spirituale, relazionale, connettiva, planetaria) viene potenziata dal e nel rapporto con le macchine: in questa logica non c’è ‘schiavitù’ dell’umanità rispetto alle macchine ma sono le seconde a dover essere al servizio della prima nella costruzione del bene comune. Si tratta, con tutta evidenza, non di capovolgere il paradigma dominante ma di immaginarne un altro.

L’aspetto morale del metodo ci dice che la sfida è sentire la profondità della nostra intelligenza, lavorando a ritrovarne il senso storico. Intelligenza visionaria significa pensiero complesso, critico in quanto auto-critico. Qui avvengono le domande fondamentali che dobbiamo rivolgerci in quanto soggetti agenti, mai strumenti passivi degli strumenti che inventiamo. Questa sì, per nostra resa, sarebbe la fine dell’intelligenza umana.

L’aspetto culturale del metodo ci apre le porte del mosaico umano-planetario. Siamo in relazione culturale, e la nostra intelligenza vive in essa. In costante ricerca di senso, l’intelligenza visionaria è relazione che si forma, nell’oltre. Qui, interroganti nella nostra condizione in divenire e interrogati da essa, lavoriamo sulla nostra identità aperta, mai confinata nel nostro particolare (comunque da salvaguardare) perché vincolata nella relazione.

L’aspetto politico del metodo è di noi come attori di storia. Qui l’intelligenza visionaria incontra il lavoro dello scegliere strategicamente. Senso e apertura nella relazione ci consegnano la prospettiva del camminare: ma la responsabilità del farlo è nostra, politica, non delegabile. E’ in gioco il nostro stesso talento umano.

L’aspetto economico del metodo è di costruzione. Il bene comune, da qualunque angolo di visuale lo si guardi, va costruito e reso generatore di possibilità per ciascuno e per tutti. Lo scegliere politicamente, alimentato dal senso e dall’apertura nella relazione, si costituisce in maniera effettiva, uscendo dal campo delle potenzialità.

L’aspetto giuridico del metodo riguarda le regole necessarie perché, da ciascuno di noi fino al mondo, la realtà ritrovi la strada della sostenibilità sistemica. Le regole sono fondamentali perché l’ ‘insieme strategico’ regga alla prova delle tempeste della storia.

Dal senso storico alle regole, il percorso del metodo è chiaro e riguarda la costruzione del nuovo paradigma strategico di cui abbiamo bisogno. Non basta evocare il bene comune perché esso si realizzi.

Ben si comprende come sia l’intelligenza visionaria – che gli strumenti possono limitarsi a potenziare – a darci la possibilità di essere più umani e di tendere alla pienezza (mai raggiungendola). Al di là delle grandi questioni geopolitiche e geoeconomiche, il primo passo per una efficace governance tecnologica deve collocarsi nel quadro più generale di una governance delle grandi sfide planetarie e nell’alveo della questione antropologica che, non da oggi, si è aperta. Nulla di artificiale, per chi voglia vedere.

(English version) 

Several times we have written of being techno-realists, aware of the mix of opportunities and risks that the turbo-technological age hands us. Faced with the developments we ourselves invent, some argue — with differing nuances — that we should slow down and reflect on the possibility that artificial intelligence is intelligent in the way we humans mean by that faculty, perhaps even more so. The debate, of course, has its technical and security grounding (if we look at the “incidents” that have happened and that continue to happen), but a profound reflection on who we become as humans in the midst of technological acceleration is entirely (or almost entirely) missing.

The question has to do with the “beyond” of intelligence: nothing artificial, but much that is complex. With a human method (moral, cultural, political, economic, juridical), the question posed here is the nature and quality of our talent for understanding, and through what instruments. The turbo-technological age hands us the possibilities of an enhanced, human-machine intelligence, in order to progressively consolidate our visionary intelligence.

What we should learn, in this historical phase, is to be more intelligent as humans, maturing a profound awareness. Whoever thinks they can do without machines places themselves outside reality: without deifying them, machines are part of us, consubstantial with our evolutive/involutive process.

From the standpoint of the human method, the theme of intelligence in the beyond is one of the decisive paths for living our journey. Visionary intelligence (spiritual, relational, connective, planetary) is enhanced by and in the relationship with machines: within this logic there is no “slavery” of humanity to machines, but rather the latter must be at the service of the former in the construction of the common good. Evidently, this is not a matter of overturning the dominant paradigm but of imagining another one.

The moral aspect of the method tells us that the challenge is to feel the depth of our intelligence, working to recover its historical meaning. Visionary intelligence means complex thought, critical insofar as it is self-critical. Here occur the fundamental questions we must ask ourselves as agent subjects, never passive instruments of the instruments we invent. This, truly, to our undoing, would be the end of human intelligence.

The cultural aspect of the method opens for us the doors of the human-planetary mosaic. We exist in cultural relation, and our intelligence lives within it. In constant search of meaning, visionary intelligence is relation that forms itself, in the beyond. Here, questioning our condition in becoming and questioned by it, we work on our open identity, never confined within our particular (which is in any case to be safeguarded) because it is bound in relation.

The political aspect of the method is that of us as actors of history. Here visionary intelligence meets the work of choosing strategically. Meaning and openness in relation hand us the perspective of walking: but the responsibility for doing so is ours, political, non-delegable. Our very human talent is at stake.

The economic aspect of the method is one of construction. The common good, from whatever angle one looks at it, must be built and made generative of possibilities for each and for all. Choosing politically, nourished by meaning and by openness in relation, becomes effective, leaving the field of potentialities.

The juridical aspect of the method concerns the rules necessary so that, from each of us up to the world, reality may find again the path of systemic sustainability. Rules are fundamental because the “strategic whole” must hold up against the storms of history.

From historical meaning to rules, the path of the method is clear and concerns the construction of the new strategic paradigm we need. It is not enough to evoke the common good for it to be realized.

It is well understood how it is visionary intelligence — which instruments can merely enhance — that gives us the possibility of being more human and of tending toward fullness (never reaching it). Beyond the great geopolitical and geoeconomic questions, the first step toward an effective technological governance must be situated within the more general framework of a governance of the great planetary challenges and within the channel of the anthropological question that, not from today, has opened. Nothing artificial, for those willing to see.

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Marco Emanuele è Consigliere per l’Innovazione di SIOI

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