Venerdì 16 ottobre Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che neutralizza integralmente il Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act, la legge che lui stesso aveva promulgato il mese precedente, poche ore prima che le sue disposizioni entrassero in vigore.
L’architettura che viene smontata
Per capire perché il gesto conta, bisogna guardare cosa la legge avrebbe fatto. Il meccanismo non colpiva Mosca direttamente — colpiva chi compra. Dazi fino al 100% su tutte le merci in entrata negli Stati Uniti dai primi cinque importatori di greggio e gas russi, più l’arsenale secondario sui paesi che acquistano il petrolio russo in modo consapevole. Il bersaglio reale erano India, Cina e Turchia.
Non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra una sanzione e una minaccia commerciale estesa. Il Graham Act sarebbe stato il primo strumento americano che scaricava sul commercio globale il costo del contenimento della Russia. Smontarlo non “allenta” semplicemente la pressione su Putin: restituisce ai partner e ai concorrenti degli Stati Uniti la certezza che le regole commerciali americane non verranno usate come arma contro di loro.
La lettura: tre piste, una sola logica
1. Il calendario elettorale, non la strategia. L’ordine esecutivo non spiega perché il waiver serva all’interesse nazionale, e si limita a dire che resterà in vigore “finché l’amministrazione non riterrà opportuna un’azione ulteriore”. Il segretario di Stato Marco Rubio ha offerto la giustificazione più scoperta: serve un periodo di 60 giorni per “studiare” l’impatto sull’economia globale — e ha citato esplicitamente l’India.
Tradotto: la campagna per le midterm del novembre 2026 richiede prezzi del carburante in discesa. La guerra in Iran — impopolare, e che CNN nota essere la vera ragione per cui la Casa Bianca ha bisogno di distogliere l’attenzione — ha spinto il petrolio in alto. Il diesel russo è il rubinetto più rapido da aprire. La notizia che il messaggio politico venga prima dell’analisi sull’efficacia dello strumento è che la politica estera americana verso la Russia è oggi una variabile dipendente della politica interna.
2. Il disgelo commerciale è la vera posta. A parlare per primo, e con più chiarezza dell’amministrazione, è stato Kirill Dmitriev, capo del fondo sovrano russo: “un momento importante e davvero storico… la cooperazione economica tra Russia e Stati Uniti serve l’interesse di entrambe”. Non è retorica diplomatica, è la descrizione corretta del risultato. Mosca — che era in condizione di tensione fiscale crescente, con i ricavi degli idrocarburi sotto pressione per l’impatto combinato di sanzioni e attacchi alle raffinerie — ottiene dalla Casa Bianca ciò che non ha mai ottenuto sul campo.
3. L’effetto collaterale che nessuno rivendica. Il quadro di partenza registra, quasi di sfuggita, che Kyiv avrebbe esaurito i missili intercettori per i Patriot, mentre perde capacità di intelligence e vede restringersi la versione militare di Starlink — con il diplomatico ucraino a Washington che dichiara di non poter confermare il ripristino. Messe insieme, queste tre notizie non sono tre problemi separati: sono un sistema d’arma che si spegne per gradi. Una difesa antiaerea senza munizioni non è una difesa antiaerea. E il fatto che Trump abbia pubblicamente detto di trovare Zelensky “più difficile da trattare rispetto a Putin” rende esplicito ciò che prima era solo inferenza.
La crepa domestica: il veto è diventato bipartisan
Il dato politico più significativo non è la rabbia democratica — quella era attesa. È la rapidità e la densità della defezione repubblicana:
- Darline Graham, nominata proprio al seggio del fratello Lindsey, ha preso le distanze dal presidente sul metodo: “Non mi fido di Putin e non mi fido della Russia”;
- Don Bacon: Trump “sta prolungando la guerra, non la sta ponendo fine”;
- French Hill ha chiesto un briefing classificato sulla motivazione;
- Michael McCaul ha invocato la dottrina classica — “pace attraverso la forza, non accomodamento”;
- Thom Tillis ha parlato di “capitolazione a un dittatore russo”.
L’elemento strategico è il vuoto istituzionale: il Congresso è in recesso fino alle elezioni, quindi non esiste via legislativa per bloccare la decisione a breve. Il waiver è, di fatto, irreversibile entro l’orizzonte elettorale — il che spiega perché il dissenso repubblicano può registrarsi pubblicamente senza costo politico immediato per Trump.
È esattamente il tipo di configurazione in cui un presidente può prendere una decisione strutturale perché la finestra di reazione è chiusa.
Il contraccolpo europeo: la bilancia si sposta a Bruxelles
Mentre Washington disfa il proprio strumento, l’Unione Europea prepara il 22esimo pacchetto di sanzioni contro la Russia dalla sua invasione su vasta scala, sottolineando che saranno rafforzate finché Putin non fermerà la guerra.
Questa è la sintesi dell’intera vicenda: l’onere della pressione sulla Russia si è trasferito dall’Atlantico alla Manica. Non è un problema di “solidarietà occidentale” — è una domanda di capacità. L’Europa ha le risorse fiscali per sanzionare, ma non ha né la capacità energetica di sostituire il gas russo senza costi domestici, né — tanto meno — la sostituzione militare americana per la difesa aerea ucraina. Zelensky, lodando i “veri leader” europei a Bruxelles, stava dicendo questo: cercava un nuovo garante mentre quello vecchio si ritirava.
E c’è un dettaglio che rivela l’asimmetria dell’intera settimana: mentre gli Stati Uniti revocano sanzioni e chiedono di cessare gli attacchi alle raffinerie russe, Kyiv li ha ripresi, e la Russia ha continuato a colpire le infrastrutture energetiche ucraine per tutta la settimana, con Vinnitsa rimasta a secco di corrente. Il rapporto di forza sul terreno non si è spostato di un millimetro.
Cosa significa strategicamente
Per la Russia: un risultato economico e psicologico più che militare. Mosca non ha vinto sul campo la settimana scorsa; ha vinto a Washington. Il waiver le dà respiro di cassa e — più importante — le dà prova di un’America negoziabile. Il principale deterrente contro l’espansione russa è sempre stato la percezione che gli Stati Uniti non cambierebbero linea per ragioni interne. Questa settimana quella percezione si è rotta.
Per l’Ucraina: la pressione si è invertita. Il Paese non deve più solo superare Mosca; deve impedire che l’America si converta alla logica di Mosca. Esaurire i Patriot e contemporaneamente dover convincere il proprio fornitore non a fornirne altri ma a non usare la leva economica contro se stesso è una posizione insostenibile.
Per l’Europa: un test di maturità. Il 22esimo pacchetto è la risposta giusta ma insufficiente. Se Washington esce dalla logica sanzionatoria mentre Bruxelles entra, la pressione massima è quella europea — il che significa che la risposta russa si sposterà sull’infrastruttura energetica e ibrida europea, non su quella americana.
Per gli Stati Uniti: un costo non calcolato. La leva economica non è una risorsa infinita: una volta dimostrato che il Congresso può votare sanzioni e l’esecutivo può smontarle lo stesso giorno, il credible threat americano vale meno anche contro la Cina. Pechino ha appena imparato che i dazi sull’energia russa non arriveranno, e che una legge americana può essere neutralizzata da un ordine esecutivo prima di entrare in vigore.
Il test dei 60 giorni
Va detto con precisione cosa è stato deciso e cosa no. La leva non è abrogata: è sospesa. L’ordine esecutivo non ha una data di scadenza propria — resta in vigore “finché l’amministrazione non riterrà opportuna un’azione ulteriore” — ma Rubio l’ha collocata dentro una finestra di 60 giorni dichiarata. Le due cose non coincidono: la finestra è una dichiarazione politica, la sospensione è giuridicamente aperta.
Se a metà dicembre le sanzioni entrano effettivamente in vigore, la lettura di questo pezzo si ridimensiona a un rinvio tattico. Se invece l’amministrazione certifica un nuovo interesse nazionale a non applicarle, allora ciò che sembra oggi reversibile sarà la posizione definitiva — e il Graham Act diventerà il primo caso di una legge sanzionatoria approvata con voto bipartisan e svuotata dall’esecutivo prima ancora di produrre un solo effetto. Il giudizio su questa settimana si emette lì.
Il waiver non è un dettaglio di politica energetica. È la prima volta in questa amministrazione in cui la politica interna viene scelta in modo esplicito contro la coercizione strategica. La domanda per Washington è: cosa è rimasto della leva, se il prezzo del diesel conta più di Mosca?
Fonte principale: CNN, ‘Trump waives Russia-related sanctions before they kick in, prompting backlash from Ukraine and US lawmakers’, James Legge e Helen Regan, CNN, 18 ottobre 2026 – Trump waives Russia-related sanctions before they kick in, prompting backlash from Ukraine and US lawmakers
Altre fonti consultate: The White House — Implementing the Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act of 2026, ordine esecutivo del 16 ottobre; Reuters — dichiarazioni di Marco Rubio sul periodo di 60 giorni; BBC News — Trump waives several Russia sanctions as row with Zelensky intensifies; CNBC — Trump waives broad new Russia sanctions, Zelenskyy condemns it as ‘wrong’; NPR — Zelenskyy urges support for new US sanctions on Russia after Trump puts them on hold; Business Standard — analisi sui destinatari reali dei dazi (India, Cina, Turchia); The Straits Times — appello bipartisan di 12 senatori e recesso congressuale; The Independent — copertura live sulle reazioni a Kyiv; The Hill — scetticismo degli analisti sull’efficacia del diesel deal sui prezzi; TIME — What Trump’s Waiver of New Russia Sanctions Means for Ukraine; Fox Business — copertura dell’ordine esecutivo e del diesel deal.
Analisi geostrategica a cura di The Global Eye e SIOI



