Iran, il sito nucleare sotto Pickaxe Mountain sfida la capacità d’attacco degli Stati Uniti

L’intensificazione dei lavori nel sito sotterraneo di Pickaxe Mountain, vicino al complesso nucleare di Natanz, segnala il possibile tentativo dell’Iran di proteggere attività strategiche dalla capacità d’attacco statunitense e israeliana. Un’analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS), basata su sei anni di immagini satellitari, rileva nel 2026 una netta accelerazione dei lavori mentre prosegue la guerra tra Washington e Teheran.

Scavata nel granito a circa 225 chilometri a sud di Teheran, la struttura potrebbe diventare un rifugio per parti essenziali del programma nucleare iraniano. Secondo gli analisti, le ipotesi principali sono tre: assemblaggio di centrifughe, arricchimento dell’uranio oppure attività rilevanti per un eventuale programma militare, come la conversione dell’uranio metallico.

Dal lavoro di scavo al rafforzamento interno

Le immagini satellitari suggeriscono che il progetto sia passato dalla fase di escavazione a quella di costruzione interna e consolidamento degli accessi. Sono aumentati il traffico sulle strade, la pavimentazione della rete viaria interna, il rialzo e l’irrobustimento dei portali dei tunnel e la sistemazione del terreno rimosso durante gli scavi.

Il CSIS invita tuttavia alla cautela: la continuità dei lavori indica che il sito potrebbe non essere ancora pronto per l’arricchimento, qualora questa fosse la sua destinazione. Le immagini permettono di rilevare trasformazioni esterne, ma non di determinare con certezza quali materiali o apparecchiature siano stati trasferiti nei tunnel.

L’intelligence israeliana sospetta che Teheran possa voler collocare centrifughe nella struttura. Il presidente Donald Trump ha minacciato pubblicamente di colpire Pickaxe Mountain, sostenendo che Washington stia monitorando i movimenti nel sito.

Il limite delle bombe anti-bunker

La profondità della struttura e la protezione offerta dal granito pongono un problema operativo anche per le più potenti armi convenzionali statunitensi. La Massive Ordnance Penetrator, la maggiore bomba anti-bunker non nucleare del Pentagono, potrebbe non riuscire a distruggere installazioni scavate così in profondità.

Il precedente di Isfahan è significativo. Durante l’Operazione Midnight Hammer, nel giugno 2025, gli Stati Uniti colpirono diversi siti nucleari iraniani, ma contro la struttura più profonda riuscirono apparentemente soltanto a seppellire gli ingressi. Un alto ufficiale americano riconobbe successivamente che le munizioni disponibili non erano considerate sufficienti per eliminarla.

Il problema non consiste soltanto nel penetrare la montagna. Per neutralizzare una struttura sotterranea occorre conoscerne la profondità, la geometria, la posizione delle camere interne e la resistenza dei materiali, informazioni difficili da ottenere anche con una sorveglianza avanzata.

Washington prepara nuove capacità

Quattro giorni prima dell’inizio di della Operazione Epic Fury, un’agenzia del Pentagono incaricata di contrastare le armi di distruzione di massa autorizzò un contratto urgente da 1,2 milioni di dollari per ripristinare una particolare struttura sperimentale sotterranea presso il White Sands Missile Range, nel New Mexico.

Il sito americano è scavato nel granito, una caratteristica analoga a Pickaxe Mountain. I lavori dovevano preparare in poche settimane un test a fuoco destinato a validare capacità classificate contro minacce emergenti. Fonti citate collegano l’iniziativa alla guerra con l’Iran e alla ricerca di strumenti per colpire le installazioni nucleari più profonde.

Le immagini satellitari mostrano attività di scavo e movimenti di veicoli tra febbraio e marzo 2026, ma non consentono di confermare se il test sia stato effettivamente condotto né quale arma sia stata sperimentata. Parallelamente, l’Air Force sta sviluppando una nuova generazione di ordigni penetranti destinata a superare i limiti della Massive Ordnance Penetrator.

Il dilemma militare

Il Pentagono mantiene piani operativi per colpire Pickaxe Mountain e il sito sarebbe già stato inserito in un possibile pacchetto di obiettivi. Resta però incerto se le munizioni esistenti possano raggiungere e distruggere ciò che l’Iran potrebbe aver collocato nel sottosuolo.

Un attacco incapace di neutralizzare la struttura produrrebbe costi elevati senza conseguire l’obiettivo strategico. Potrebbe inoltre spingere Teheran ad accelerare il programma nucleare, disperdere ulteriormente le attività e abbandonare definitivamente gli strumenti di trasparenza internazionale.

Anche la distruzione degli ingressi offrirebbe soltanto un risultato temporaneo: i tunnel potrebbero essere riaperti, mentre apparecchiature e materiali all’interno resterebbero protetti. Per ottenere effetti duraturi servirebbero attacchi ripetuti, intelligence molto precisa o operazioni complementari, con un conseguente aumento del rischio di escalation.

La prospettiva geostrategica

Pickaxe Mountain rappresenta la risposta iraniana alla superiorità aerea e missilistica di Stati Uniti e Israele: trasferire il valore strategico nel sottosuolo per rendere la deterrenza avversaria più costosa, incerta e politicamente rischiosa. La profondità diventa così una forma di difesa asimmetrica.

Per Washington, il sito crea un dilemma tra credibilità e capacità. Le minacce pubbliche di attacco rafforzano la pressione su Teheran, ma possono anche evidenziare i limiti dell’arsenale americano qualora non esista una soluzione convenzionale affidabile. Lo sviluppo di nuovi penetratori segnala inoltre una competizione tecnologica destinata a protrarsi: mentre l’Iran costruisce strutture più profonde, gli Stati Uniti cercano armi capaci di raggiungerle.

La centralità di Pickaxe Mountain potrebbe infine restringere lo spazio diplomatico. Più la struttura viene interpretata come rifugio di attività nucleari sensibili, maggiore sarà la pressione per intervenire prima che diventi pienamente operativa. Al tempo stesso, l’incertezza sulla sua funzione rende difficile distinguere tra prevenzione e attacco basato su ipotesi.

Il sito non è soltanto un possibile impianto nucleare: è il punto d’incontro tra segretezza iraniana, deterrenza americana e rischio di escalation. La sua esistenza dimostra che la guerra contro infrastrutture nucleari profondamente interrate non può essere risolta soltanto attraverso la superiorità tecnologica, perché ogni nuova capacità offensiva incentiva l’avversario a costruire difese ancora più difficili da superare.

Fonte: CNN – Autori: Davis Winkie, Zachary Cohen e Thomas Bordeaux

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Geostrategic magazine (9 september 2026)

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