Stati Uniti, l’antiterrorismo rischia una crisi di risorse, competenze e priorità

A venticinque anni dagli attentati dell’11 settembre, l’apparato antiterrorismo statunitense deve affrontare minacce più diversificate con meno risorse, nuove responsabilità e una leadership accusata di privilegiare l’ideologia rispetto ai dati. Secondo Matthew Levitt, chiedere alla comunità di sicurezza di fare di più con meno espone gli Stati Uniti al rischio di non individuare per tempo la prossima evoluzione della minaccia.

Dopo il 2001, Washington costruì una vasta infrastruttura dedicata al contrasto di al-Qaeda e del terrorismo internazionale. Il sistema ottenne importanti successi tattici, sventando attentati e disarticolando reti operative, ma non riuscì a eliminare le cause e i processi della radicalizzazione. Oggi il fenomeno estremista è più diffuso, decentralizzato ed eterogeneo rispetto all’epoca dell’11 settembre.

Dal primato americano al modello basato sui partner

La risposta statunitense ebbe costi difficilmente sostenibili nel lungo periodo. Tra il 2002 e il 2017, gli Stati Uniti avrebbero destinato all’antiterrorismo circa 2.800 miliardi di dollari, pari in media a 186,6 miliardi l’anno. La necessità di chiudere le “guerre infinite” e concentrare risorse sulla competizione con Cina e Russia ha quindi favorito un cambiamento strategico.

Al precedente modello guidato direttamente da Washington è subentrato un approccio “partner-led, U.S.-enabled”: gli alleati regionali conducono le operazioni, mentre gli Stati Uniti forniscono intelligence, addestramento e capacità specialistiche. Il riequilibrio era necessario, ma diventa pericoloso se porta Washington a osservare soltanto i gruppi già intenzionati e capaci di colpire direttamente il territorio americano.

Organizzazioni come al-Shabaab in Somalia, al-Qaeda nella Penisola Arabica e Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin possono modificare rapidamente obiettivi e raggio operativo. Le affiliate africane di al-Qaeda e Stato Islamico dispongono di migliaia di militanti e di risorse finanziarie generate anche attraverso i sequestri. Il ridimensionamento della presenza statunitense in Paesi come Niger e Nigeria rischia pertanto di ridurre la capacità informativa proprio quando servirebbe anticipare l’evoluzione delle minacce.

Una strategia condizionata dall’ideologia

La nuova strategia della Casa Bianca individua tra le principali minacce i gruppi jihadisti tradizionali, l’estremismo violento di sinistra, i narcoterroristi e le organizzazioni criminali transnazionali. Levitt considera problematica la relativa marginalità attribuita all’Iran e alle sue reti, nonostante l’intensificazione delle attività ostili di agenti e alleati di Teheran.

La strategia viene inoltre criticata per l’attenzione riservata all’estremismo di sinistra senza una valutazione equivalente di quello di destra. Il rischio è che le priorità operative vengano stabilite sulla base della convenienza politica invece che dell’incidenza documentata delle diverse forme di violenza.

Questa selettività comprometterebbe la capacità di costruire un quadro completo. Una minaccia ignorata per ragioni ideologiche non scompare: diventa più difficile da rilevare, prevenire e contrastare. 

Dispersione delle risorse e perdita di competenze

Una parte dei professionisti dell’antiterrorismo è stata trasferita verso il controllo dell’immigrazione, mentre altri agenti sarebbero stati rimossi dagli incarichi per avere indagato sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Circa 300 agenti avrebbero lasciato l’FBI dall’inizio del secondo mandato Trump, alimentando una perdita di esperienza istituzionale.

Le segnalazioni di verifiche sulla lealtà politica per funzionari dell’intelligence e delle forze dell’ordine sollevano un ulteriore problema: l’efficacia dell’analisi dipende dalla possibilità di formulare valutazioni professionali indipendenti dalle aspettative della leadership.

Anche la designazione dei cartelli della droga come organizzazioni terroristiche straniere rischia di sottrarre personale e finanziamenti alle indagini sul terrorismo. I cartelli costituiscono una minaccia seria, ma potrebbero essere contrastati rafforzando le capacità della Drug Enforcement Administration, senza sovraccaricare strutture nate per una missione differente.

La prospettiva geostrategica

La trasformazione dell’antiterrorismo americano si colloca nel più ampio spostamento di risorse verso la competizione tra grandi potenze. Ma terrorismo e rivalità geopolitica non sono compartimenti separati: Iran e suoi alleati utilizzano reti clandestine, mentre la riduzione della presenza occidentale può lasciare spazi operativi ai gruppi jihadisti in Africa e Medio Oriente.

La sfida consiste quindi nel mantenere una capacità antiterrorismo sostenibile senza riprodurre gli eccessi militari e finanziari del periodo successivo all’11 settembre. Il modello fondato sui partner può funzionare soltanto se accompagnato da intelligence tempestiva, competenze regionali, presidi mirati e istituzioni locali affidabili.

Gli Stati Uniti rischiano altrimenti una doppia perdita: meno capacità di seguire le minacce esterne e minore imparzialità nell’analisi di quelle interne. La combinazione di riduzione delle risorse, dispersione delle funzioni e politicizzazione delle priorità può produrre nuovi punti ciechi.

Il problema non è scegliere tra antiterrorismo e competizione strategica, ma impedire che il passaggio dall’uno all’altra smantelli le capacità necessarie a prevenire minacce future. A venticinque anni dall’11 settembre, il pericolo evocato non è soltanto un nuovo “fallimento dell’immaginazione”, ma un fallimento della politica e della leadership.

Fonte: Just Security – Autore: Matthew Levitt

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Geostrategic magazine (9 september 2026)

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