L’Unione Europea deve mantenere aperto il dialogo politico con la Cina, senza rinunciare a proteggere il proprio sistema produttivo dalle distorsioni della concorrenza. È la linea indicata dalla vicepresidente esecutiva della Commissione europea Teresa Ribera, mentre Bruxelles cerca di ridurre un deficit commerciale con Pechino che ha raggiunto circa un miliardo di euro al giorno.
La presidente della Commissione Ursula von der Leyen dovrebbe presentare nuove misure per rafforzare le difese commerciali europee contro l’eccesso di esportazioni cinesi, prima del vertice di metà ottobre. Parallelamente, il commissario al Commercio Maroš Šefčovič sta consultando governi e imprese per definire una strategia che combini riequilibrio degli scambi e diversificazione delle catene di approvvigionamento.
Una posizione europea in evoluzione
La Commissione ha progressivamente irrigidito il proprio approccio verso Pechino, denunciando il sostegno pubblico concesso alle imprese cinesi e i suoi effetti sulla concorrenza. Anche le maggiori economie europee stanno modificando la loro posizione: la Francia spinge per protezioni più forti, mentre in Germania cresce la disponibilità ad adottare una linea più severa.
La Spagna continua invece a privilegiare un rapporto aperto, fondato sul dialogo e sulla stabilità. Ribera assume una posizione intermedia: riconosce la necessità di una risposta comune alle pratiche cinesi, ma invita a evitare condizioni unilaterali che Pechino possa interpretare come minacce.
L’obiettivo dovrebbe essere un’intesa politica più ampia, capace di valorizzare le complementarità senza sospendere l’applicazione delle norme europee. Dialogo e fermezza non vengono quindi presentati come alternative, ma come componenti della stessa strategia.
Il commercio diventa sicurezza economica
La questione cinese supera ormai il perimetro tradizionale della politica commerciale. Le relazioni economiche coinvolgono politica industriale, innovazione, clima, lavoro, sicurezza e azione esterna. Le catene di approvvigionamento, in particolare, mostrano quanto sia diventato difficile distinguere tra commercio e difesa.
Ridurre le dipendenze critiche dalla Cina non significa necessariamente interrompere gli scambi. Significa diversificare fornitori e mercati, proteggere le tecnologie strategiche e impedire che la concentrazione produttiva si trasformi in una leva coercitiva contro l’Europa.
Questa impostazione richiede coordinamento tra Commissione e Stati membri. Sebbene il commercio sia una competenza esclusiva dell’UE, la politica verso la Cina incide direttamente sulle strategie diplomatiche, industriali e di sicurezza dei governi nazionali.
Il rischio di una risposta frammentata
Il principale problema europeo resta la difficoltà di conciliare interessi nazionali differenti. I Paesi maggiormente esposti alla concorrenza industriale cinese chiedono misure difensive più incisive; quelli che attribuiscono maggiore importanza alle esportazioni, agli investimenti o alla cooperazione politica temono invece una spirale protezionistica.
Una linea troppo debole potrebbe accelerare la perdita di capacità industriale europea. Una risposta esclusivamente coercitiva rischierebbe però di provocare ritorsioni cinesi, dividere gli Stati membri e restringere gli spazi di cooperazione su clima, finanza e sicurezza internazionale.
La sfida consiste nel trasformare il peso del mercato unico in potere negoziale, evitando che le divisioni interne consentano a Pechino di trattare separatamente con le capitali europee.
La prospettiva geostrategica
Il deficit commerciale è il sintomo di un’asimmetria più profonda. La Cina dispone di una politica industriale centralizzata, ampio sostegno pubblico e controllo su segmenti strategici delle filiere globali. L’Europa possiede un grande mercato, competenze tecnologiche e capacità regolatoria, ma fatica a coordinare questi strumenti in una politica estera economica coerente.
La proposta di Ribera punta a una forma di de-risking negoziato: tutelare industrie e filiere europee, applicare pienamente le regole e diversificare le dipendenze, mantenendo allo stesso tempo canali politici capaci di prevenire una escalation commerciale.
La credibilità di questa linea dipenderà dalla capacità dell’UE di stabilire limiti comuni, sostenere concretamente la propria industria e offrire a Pechino un percorso realistico per riequilibrare il rapporto. Senza strumenti difensivi, il dialogo rischierebbe di essere inefficace; senza dialogo, le misure commerciali potrebbero accelerare la frammentazione dell’economia mondiale.
La questione centrale non è scegliere tra apertura e protezione, ma costruire un rapporto nel quale l’interdipendenza non si traduca in dipendenza strategica.
Fonte: Politico – Autrice: Francesca Micheletti
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