(Marco Emanuele – Consigliere della SIOI per l’Innovazione)
Troppo spesso leggiamo di sicurezza in termini d’irrealtà. Tema centrale e decisivo, la sicurezza è in metamorfosi causa crescente complessità del reale. Serve profondo aggiornamento strategico.
Proponiamo la sicurezza come bene comune. In questo contributo leghiamo il tema alla metamorfosi del mondo e al rischio emerso ed emergente. Anzitutto, la sicurezza – in questa fase storica – può essere compresa e governata solo nella condizione ‘onlife’. E’ tema da classi dirigenti.
Ogni giorno, The Global Eye – in partnership con SIOI – informa sulle frontiere della sicurezza informatica, ciò che è parte integrante della realtà ma che, ancora, a molti appare distante dalle dinamiche immediatamente comprensibili della vita quotidiana. Eppure sappiamo, con ragionevole consapevolezza, che gli attacchi alla resilienza democratica (in particolare, la disinformazione) e alle infrastrutture critiche (quelle che ci permettono di usufruire dei servizi pubblici di base) si ‘vedono’ nel loro accadere solo a danno avvenuto: tra l’altro, ed è un fatto spesso trascurato, la sicurezza informatica è sempre più ‘guidata’ dall’uso malevolo dell’intelligenza artificiale. Poi c’è la sicurezza fisica, quella che immediatamente vediamo e possiamo comprendere: teatri di guerra ma anche disordini sociali derivanti da crimini e da azioni violente. Questa complessità, unica dimensione della sicurezza, deriva dalla condizione ‘onlife’ (nulla è più solo online e nulla è più solo offline).
E’ difficile comprendere la complessità di ciò che accade e, soprattutto, immaginare visioni politiche che si ricongiungano con una realtà che mostra dinamiche spesso sconosciute e ancora non approfondite in chiave strategica. La sicurezza intesa come bene comune, così come altri temi (governance della rivoluzione tecnologica, delle migrazioni, climate change, crisi degenerativa dell’esperienza democratica, diseguaglianze), chiede approcci multilaterali (nonché multilivello e multistakeholder) e pragmatica sapienza diplomatica.
Nel passaggio di stato (metamorfosi), che è passaggio di era, il mondo ci pone dentro rischi che solo in parte conosciamo e siamo in grado di affrontare. Per questo, senza cadere in una sorta di pessimismo senza ritorno, occorre studiare e riflettere insieme su come noi umani stiamo accompagnando la nostra convivenza e su come dovremmo farlo.
Nel continuare ad approfondire, un primo punto è che semplificazioni e separazioni sono nemiche della complessità e ci privano della possibilità di essere realisti. Aggiornamento strategico significa imparare a lavorare in un dinamismo sempre più accelerato e che agisce nel profondo di noi e della nostra vita di relazione, fino al contesto internazionale. Ciò che accade nelle nostre città è intimamente legato a ciò che accade lontano da noi, dai nostri occhi, dalla nostra possibilità di incidere. Se dobbiamo occuparci del nostro ‘particolare’, realismo vuole che sia il livello globale ad esserne causa: semplificare e separare, in conclusione, è l’approccio che ci rende profondamente insicuri. Anzitutto culturalmente.
(English Version)
Too often we read about security in unreal terms. A central and decisive issue, security is undergoing a metamorphosis due to the growing complexity of reality. What is needed is a profound strategic update.
We propose security as a common good. In this contribution, we link the issue to the metamorphosis of the world and to both established and emerging risk. First of all, security – in this historical phase – can only be understood and governed within the “onlife” condition. It is a matter for the ruling classes.
Every day, The Global Eye – in partnership with SIOI – reports on the frontiers of cybersecurity, which is an integral part of reality but still appears to many as distant from the immediately understandable dynamics of everyday life. Yet we know, with reasonable awareness, that attacks on democratic resilience – particularly disinformation – and on critical infrastructures, namely those that allow us to access basic public services, become visible in the very moment they occur only once the damage has already been done. Moreover, and this is a fact often overlooked, cybersecurity is increasingly being driven by the malicious use of artificial intelligence. Then there is physical security, the kind we can immediately see and understand: theatres of war, but also social unrest resulting from crime and violent acts. This complexity, the only true dimension of security, stems from the “onlife” condition (nothing is only online anymore, and nothing is only offline anymore).
It is difficult to grasp the complexity of what is happening and, above all, to imagine political visions capable of reconnecting with a reality that displays dynamics often unknown and not yet explored strategically in depth. Security understood as a common good, like other issues – the governance of the technological revolution, migration, climate change, the degenerative crisis of democratic experience, inequalities – calls for multilateral approaches, as well as multilevel and multistakeholder ones, and for pragmatic diplomatic wisdom.
In this change of state – this metamorphosis – which is also a change of era, the world places us amid risks that we know and are able to confront only in part. For this reason, without falling into a kind of irreversible pessimism, we need to study and reflect together on how we human beings are accompanying our coexistence and how we ought to do so.
As we continue to explore this issue, a first point is that simplifications and separations are enemies of complexity and deprive us of the possibility of being realistic. Strategic updating means learning to work within an ever more accelerated dynamism, one that acts deep within us and within our relational lives, all the way to the international context. What happens in our cities is intimately connected to what happens far from us, beyond our sight and beyond our ability to influence it. If we must deal with our own “particular,” realism demands that we recognize the global level as its cause. In conclusion, simplifying and separating is the approach that makes us profoundly insecure. First and foremost, culturally.



