La riforma dell’ONU come leva della proiezione strategica turca

L’intervento di Recep Tayyip Erdogan all’Assemblea generale presenta la crisi delle Nazioni Unite non come un semplice problema istituzionale, ma come il sintomo di un ordine internazionale incapace di contenere la proliferazione dei conflitti e di applicare il diritto in modo uniforme. Il presidente turco richiama Gaza, Ucraina, Myanmar, Darfur, Iran e Libano per sostenere che l’ONU non riesce più a garantire la sicurezza collettiva, mentre l’impunità delle potenze erode la credibilità dell’intero sistema. La denuncia intercetta un malcontento diffuso nel Sud globale, dove il divario tra universalità delle norme e selettività della loro applicazione è percepito come strutturale.

Sul piano geostrategico, questa critica serve anche alla proiezione internazionale della Turchia. Contestando la centralità dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza attraverso la formula “il mondo è più grande di cinque”, Ankara cerca di accreditarsi come portavoce delle potenze medie e dei Paesi sottorappresentati. La richiesta di riforma non implica quindi un rifiuto del multilateralismo: mira piuttosto a redistribuirne autorità, rappresentanza e capacità decisionale, creando maggiore spazio per attori regionali come la Turchia.

La posizione turca combina revisionismo istituzionale e difesa dell’ordine multilaterale. Ankara non propone di sostituire l’ONU con un sistema alternativo, ma di modificarne gli equilibri affinchè rifletta una distribuzione del potere meno occidentale e meno concentrata. Questo consente a Erdogan di mantenere una postura autonoma fra Occidente, Russia e mondo islamico, presentando la Turchia come interlocutore capace di dialogare con schieramenti contrapposti e, quando possibile, di svolgere funzioni di mediazione.

Il riferimento prioritario alla Palestina rafforza inoltre la leadership simbolica turca nello spazio musulmano e mette sotto pressione gli alleati occidentali sul terreno della coerenza normativa. Parallelamente, l’accostamento di Gaza ad altri teatri di guerra universalizza il messaggio: la questione non viene descritta soltanto come conflitto regionale, ma come prova decisiva della tenuta del diritto internazionale. Sudan e Libano ampliano ulteriormente la platea politica cui Ankara si rivolge, collegando il Medio Oriente alle istanze africane e del Sud globale.

La strategia presenta però un limite. Quanto più la Turchia aspira a essere riconosciuta come garante di regole comuni, tanto più la sua credibilità dipende dalla coerenza tra principi proclamati e condotta concreta nei diversi dossier. Resta comunque chiaro l’obiettivo politico dell’intervento: trasformare la perdita di legittimità dell’attuale architettura internazionale in una opportunità per aumentare il peso diplomatico turco. In questa prospettiva, la riforma dell’ONU diventa parte di una competizione più ampia su chi avrà il diritto di definire regole, priorità e gerarchie nel futuro ordine multipolare.

Fonte: UN News – UN rendered unable to fulfil its mission, Turkish President laments before world leaders

The Global Eye è in partnership con SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale

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