(Marco Emanuele – Consigliere della SIOI per l’Innovazione)
Pur se viviamo in un mondo in metamorfosi, la realtà non mente. Le migrazioni, da sempre, sono un fenomeno strutturale. Oggi, in maniera evidentissima, le profonde diseguaglianze tra le regioni del mondo chiedono mediazioni, visioni e un realismo che sembrano mancare.
Ceuta, che ha riempito le cronache dei media, ci mostra come le migrazioni possano essere ‘indirizzate’ nel tempo iper-tecnologico. E’ nella condizione ‘onlife’ che corre l’esercizio di poteri che condizionano la fuga di disperati verso speranze impossibili. A dimostrazione che è la realtà a determinare, i morti veri e le difficoltà della piccola enclave spagnola in Marocco sono lì a dimostrarlo.
Fenomeno strutturale, le migrazioni chiedono politica. La risposta è sotto i nostri occhi. Tutto viene sacrificato sull’altare di una perenne campagna elettorale globale, tra rese dei conti e rafforzamento di alleanze più o meno consolidate e sincere. Ciò che colpisce, al di là dei numeri della ‘finta’ invasione, sono le scelte di campo di leadership fragilissime.
Tutto si riduce a scontro tra numeri: flussi, arrivi, rimpatri, e così via. La paura vince, e la costruzione del nemico ne è conseguenza pratica. Di fronte a un fenomeno planetario, le classi dirigenti rispondono o con ritorni a piccole patrie sempre più fortificate o con una incapacità conclamata di istituzioni come quelle europee nel governare l’accoglienza e l’integrazione (con particolare attenzione ai Paesi più esposti geograficamente).
La demografia, le diseguaglianze strutturali e la policrisi (a cominciare dalla crisi climatica) parlano chiaro: le migrazioni sono inevitabili. Come lo è la necessità di avere idee chiare e sistemiche: come la rivoluzione tecnologica, le migrazioni determinano la metamorfosi in ogni ambito (dalla sicurezza delle città, ai sistemi economici e previdenziali, ai sistemi d’istruzione e formativi, alle questioni relative alla cittadinanza).
Dal punto di vista geostrategico, e guardando in particolare al fronte Sud dell’Europa, il governo delle migrazioni è direttamente legato al futuro dell’area mediterranea, sempre più allargata. Ne va sia del futuro del continente europeo che del futuro del ‘Mare Nostrum’, oggi laboratorio di guerre incrociate e dalle prospettive sempre più fosche. Realismo impone prese di posizioni pragmaticamente visionarie: ormai abbiamo superato il limite e il tempo delle mediazioni e del dialogo non può più essere rinviato: occorre imparare dalla migliore scienza diplomatica l’arte di ricongiungere gli opposti. Sarà un processo lungo e complesso ma è necessario non procrastinarlo ulteriormente.
(English Version)
Although we live in a world in methamorphosis, reality does not lie. Migration has always been a structural phenomenon. Today, more clearly than ever, the deep inequalities between the world’s regions call for mediation, vision, and a degree of realism that seems sorely lacking.
Ceuta, which has dominated media headlines, shows how migration can be “steered” in our hyper-technological age. It is within this “onlife” condition that power is exercised, shaping the flight of desperate people toward impossible hopes. Reality ultimately asserts itself: the real deaths, and the real hardships faced by the small Spanish enclave in Morocco, stand as stark proof.
As a structural phenomenon, migration demands politics. The answer lies plainly before us. Everything is sacrificed on the altar of a perpetual global election campaign, amid score-settling and the reinforcement of alliances that are, to varying degrees, fragile or insincere. What is most striking, beyond the numbers behind the ‘fiction’ of invasion, is the positioning of extraordinarily fragile leaderships.
Everything is reduced to a contest of numbers: flows, arrivals, repatriations, and so on. Fear prevails, and the construction of the enemy becomes its natural practical consequence. Faced with a planetary phenomenon, ruling classes respond either by retreating into ever more heavily fortified little homelands or by displaying the manifest inability of institutions such as the European Union to govern reception and integration – especially in the countries most exposed geographically.
Demography, structural inequality, and the polycrisis – beginning with the climate crisis – speak with unmistakable clarity: migration is inevitable. Equally unavoidable is the need for clear, systemic thinking. Like the technological revolution, migration drives metamorphosis across every sphere: from urban security to economic and welfare systems, from education and training to the very question of citizenship.
From a geostrategic perspective, and with particular attention to Europe’s southern frontier, the governance of migration is directly bound up with the future of the Mediterranean region in its ever-widening scope. At stake is not only the future of the European continent, but also that of the Mare Nostrum, now a laboratory of intersecting wars and increasingly bleak horizons. Realism calls for positions that are at once pragmatic and visionary: we have passed the point of delay, and the time for mediation and dialogue can no longer be deferred. What is needed is to learn from the finest traditions of diplomacy the art of reconciling opposites. It will be a long and complex process, but one that can no longer be postponed.



