Trump all’ONU: la dottrina della pressione totale

Alberto Simoni su La Stampa del 23 settembre 2026 nota che l’intervento di Donald Trump all’Assemblea generale delle Nazioni Unite delinea una strategia fondata sull’integrazione tra forza militare, coercizione economica e negoziato diretto. Il messaggio rivolto all’Iran è volutamente binario: Teheran può raggiungere un accordo con Washington oppure affrontare una minaccia esistenziale. L’incontro di tre ore tra Steve Witkoff, Jared Kushner e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi mostra tuttavia che la retorica dell’annientamento non esclude la diplomazia. Al contrario, ne costituisce lo strumento preliminare: l’escalation serve a modificare il calcolo dell’avversario e a indurlo ad accettare una intesa alle condizioni statunitensi.

Questa impostazione segnala il ritorno a una diplomazia coercitiva nella quale il ricorso alla forza non rappresenta l’ultima opzione, ma una componente ordinaria della trattativa. Il protrarsi delle operazioni contro l’Iran, però, espone Washington a un problema di sostenibilità. L’aumento dei prezzi dei carburanti trasferisce i costi del conflitto sulla popolazione americana, mentre il sondaggio citato dall’articolo, secondo cui il 65% degli intervistati ritiene che gli Stati Uniti non stiano vincendo, indica una crescente vulnerabilità interna. Teheran può quindi puntare sulla durata, confidando che pressioni economiche e consenso pubblico restringano progressivamente la libertà d’azione della Casa Bianca.

La sfida americana investe anche l’ordine multilaterale. Gli attacchi di Trump alle Nazioni Unite e alla Corte penale internazionale esprimono un approccio selettivo alle istituzioni: esse sono accettate finchè non limitano la sovranità o l’azione strategica degli Stati Uniti. Il rifiuto italiano di abbandonare la Corte mostra una divergenza significativa all’interno del campo occidentale. Non si tratta ancora di una frattura geopolitica, ma di una diversa concezione dell’ordine internazionale: Washington privilegia potenza e libertà di manovra, mentre Roma e una parte dell’Europa continuano a considerare le regole multilaterali un moltiplicatore di sicurezza.

L’accordo con la Danimarca per la costruzione di due basi permanenti in Groenlandia completa il quadro. L’Artico assume un valore crescente per il controllo delle nuove rotte marittime, la sorveglianza dello spazio nordatlantico, la difesa missilistica e l’accesso alle risorse strategiche. La rinuncia formale all’idea di annessione non riduce la portata dell’intesa: gli Stati Uniti ottengono una presenza militare strutturale senza sostenere i costi politici di una modifica territoriale. E’ un modello di controllo funzionale, fondato sull’accesso e sulle infrastrutture anzichè sulla sovranità diretta, rivolto soprattutto a contenere Russia e Cina nell’estremo Nord.

Anche l’offensiva contro Cuba risponde a questa logica di pressione simultanea sui nodi periferici della competizione globale. Descrivere l’isola come uno Stato destinato a cadere mira a delegittimarne il governo, scoraggiare sostegni esterni e riaffermare la centralità statunitense nei Caraibi. L’abbandono dell’aula da parte della delegazione cubana evidenzia però il limite di una strategia che trasforma il confronto diplomatico in una prova di subordinazione: gli avversari possono irrigidirsi e altri Paesi possono percepire l’azione americana come revisionista, anzichè stabilizzatrice.

Nel complesso emerge una dottrina del primato basata sul controllo dei punti strategici, sull’indebolimento delle istituzioni capaci di vincolare Washington e sull’alternanza tra minaccia e negoziato. La sua efficacia dipenderà dalla capacità di convertire la superiorità militare in risultati politici durevoli. Se l’Iran accetterà un’intesa, la Casa Bianca rivendicherà il successo della coercizione; se resisterà, il rischio sarà quello di un conflitto prolungato, costoso e destabilizzante. Il vero banco di prova non è quindi la potenza che gli Stati Uniti possono esercitare, ma il consenso internazionale e interno che riusciranno a conservare mentre la esercitano.

The Global Eye è in partnership con SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale

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