(Marco Emanuele)
Morto il feroce capo supremo, le domande si moltiplicano. L’attacco all’Iran, operazione scontata nel suo verificarsi, apre scenari ancora poco chiari e forse mai comprensibili del tutto. La nostra posizione, dalla parte dei popoli, della loro dignità e sicurezza, considera altri strumenti rispetto alla guerra. Gli attacchi militari, lo ribadiamo, sono la prova dell’impotenza dominante, almeno politica: l’illusione che il regime change funzioni e che, così facendo, il quadro consolidato in decenni di teocrazia viri improvvisamente e sostanzialmente verso la democrazia (come noi la intendiamo).
La sensazione è che i dialoghi avviati tra Iran e Stati Uniti avessero già, nella loro stessa impostazione, il risultato finale: forse l’obiettivo, posto che Teheran non avrebbe mai accolto tutte le richieste, era di dichiarare fallimento per colpa del nemico. In ogni caso, ribadendo per parte nostra la inaccettabilità e insostenibilità del regime della Repubblica Islamica, i rischi dell’attacco già si materializzano.
Anzitutto, il rischio è sistemico. Nell’area, i rapporti tra Paesi esasperano tensioni presenti da molto tempo, divisioni etnico-religiose consolidate. In aggiunta, il rischio è per l’economia globale, sulla quotazione e sulle rotte del petrolio e rispetto ai punti nevralgici del commercio mondiale.
Ma il punto di fondo è che, in termini di rischio ben oltre il potenziale, il nemico colpito (Teheran e proxy) reagisca ovunque provocando caos de-generativo, male banale e, dunque, ulteriore instabilità. Il terrorismo si misura nella sua capacità di ripensarsi in altre forme, di ritrovare vicinanza nel profondo dei popoli oltraggiati, di disperdersi rendendosi sempre meno prevedibile.
Si rende ancora più chiara, dunque, la stagione della imprevedibilità e la grande partita è d’intelligence. Se la questione è la transizione verso un altro ordine mondiale, i passaggi che vediamo non ci fanno applaudire alle scelte in atto. Se stiamo dalla parte del popolo iraniano che grida libertà, altrettanto dobbiamo dire che quella libertà è già ‘inquinata’ dalla miopia di classi dirigenti strategicamente impotenti.



