(Girolamo Boffa)
La democrazia non muore per mancanza di partecipazione. Muore quando la partecipazione smette di produrre effetti.
Nel 1980 un sindacato illegale in un paese totalitario ottenne in sedici mesi ciò che nessuna elezione libera aveva mai prodotto in Occidente: un cambiamento di sistema. Non era una maggioranza – era una minoranza organizzata, radicata nei cantieri navali di Danzica, connessa ai nodi produttivi del paese.
La partecipazione fu limitata, i suoi effetti irreversibili.
Solidarność pone alla democrazia contemporanea una domanda che non è retorica: perché quella partecipazione limitata produsse effetti potenti, e quella di oggi — oceanica, continua, rumorosa — non ne produce?
La partecipazione produce effetti quando è connessa strutturalmente alla decisione. Non quando è numerosa — quando è posizionata.
Dodici persone comuni, senza potere proprio, senza mandato elettorale. Eppure su di loro cade l’intero peso della giustizia, del diritto, della sovranità dello Stato — quello Stato che delega proprio a loro la decisione finale. In una giuria popolare le persone non sono scelte per competenza, non sono rappresentative, non sono numerose, eppure sono connesse strutturalmente alla sentenza.
E quella connessione basta: dodici persone decidono e la decisione vincola tutti.
I tre meccanismi analizzati in questo ciclo — il consenso fabbricato che delimita il campo prima che il gioco inizi, il populismo che sostituisce la decisione con l’emozione, la polarizzazione che trasforma la contesa in appartenenza — hanno in comune un solo effetto: tagliano quella connessione.
Tre modi diversi di partecipare senza che la partecipazione arrivi mai al punto in cui decide.
La democrazia contemporanea non soffre di scarsa partecipazione — soffre di partecipazione sovrabbondante e senza effetti: non si è mai votato così tanto, l’indignazione non ha mai trovato così tanti megafoni, non ci si è mai schierati con così poco pudore.
Il volume è massimo, gli effetti sono minimi: più la partecipazione cresce in volume, meno produce conseguenze.
E la democrazia muore, non per assenza di partecipazione ma quando la partecipazione diventa così sconnessa dalla decisione da sembrare autosufficiente.
Quando partecipare si fa, da strumento, fine.
La partecipazione senza effetti ha una firma riconoscibile — non nel momento in cui accade, ma nel vuoto che lascia.
Non lascia responsabilità, perché nessuno ha deciso e nessuno risponde. Non lascia memoria, perché niente di vincolante trattiene il ciclo successivo dal ricominciare da zero. Non lascia spazio aperto, perché il disaccordo futuro è già stato neutralizzato — dal perimetro delimitato in anticipo, dall’identificazione emotiva, dalla tribù chiusa su sé stessa.
La partecipazione autentica ha la firma opposta.
La Chiesa cattolica non è una democrazia, eppure il Concilio Vaticano II — qualche migliaio di prelati riuniti in una struttura gerarchica millenaria — produsse ciò che la partecipazione autentica produce sempre: responsabilità, memoria, spazio aperto.
I Padri conciliari firmarono documenti di cui rispondere davanti alla storia e alla teologia. La Gaudium et Spes è ancora lì, vincolante e contestata. Il dibattito che aprirono non si chiuse — e non doveva chiudersi.
La connessione strutturale alla decisione trasformò quella partecipazione, numericamente limitata, in qualcosa che attraversa ancora le generazioni.
È da ciò che lascia aperto che si riconosce un’autentica partecipazione: da qualcosa che vincola, di cui rispondere, che non si può fare come se non fosse accaduto.
Se la partecipazione è lo strumento attraverso cui la democrazia si esercita come autogoverno, e la partecipazione contemporanea è sistematicamente senza effetti, la domanda non è se la democrazia sia in crisi.
È se stiamo ancora parlando di democrazia — o di qualcosa che ne porta il nome, ne conserva le forme, ne replica i gesti, ma ha perduto la sostanza che li giustificava.



