Iran, la guerra di nervi continua. Oggi dovrebbe scadere l’ennesimo ultimatum

(Carlo Rebecchi)

Una “guerra di nervi”. E quella che Donald Trump e i vertici politici iraniani stanno combattendo anche oggi usando le tecniche del poker, alternando dichiarazioni ponderate a provocazioni senza fondamento o a puri e semplici bluff. Il “paio di giorni” che il presidente americano aveva dato al regime degli ayatollah per valutare la proposta in quattordici punti che dovrebbe essere la base per avviare il negoziato vero e proprio sono passati. E ora sono gli iraniani ad affermare che stanno aspettando il parere decisivo degli americani.

Sono giorni che le schermaglie tra la potenza più potente al mondo e l’Iran, che un giorno si e l’altro pure il Tycoon ha descritto come completamente distrutto, si ripetono. Tanto che, se non si fosse davanti a una guerra che ha già fatto migliaia di morti e innescato una crisi economica mondiale dalle conseguenze che si prevedono catastrofiche, si potrebbe parlare di sceneggiata.

La realtà è che gli Stati Uniti questa guerra la stanno perdendo su tutti i piani. Su quello politico, perché si sono isolati dal resto della comunità internazionale, che giudica illegale l’attacco degli americani e degli israeliani contro Teheran, e rischia di compromettere il futuro della Nato, nella quale tutti i paesi si sono smarcati dall’avventura militare voluta da Trump. Sul piano economico, poi, perché una delle conseguenze del conflitto, che dura dalla fine di febbraio, è il forte aumento dei prezzi anche negli Stati Uniti. I sondaggi sottolineano ogni giorno, d’altra parte, che il consenso per il presidente repubblicano è ai minimi storici. Tutto questo mentre si avvicinano le elezioni di mid-term, mettendo a rischio il potere “da uomo solo” che Trump ha dall’inizio del suo mandato.

Sia gli Stati Uniti sia l’Iran – che i due mesi di bombardamenti hanno ridotto allo stremo, sia pure senza sconfiggerlo militarmente – vorrebbero per ragioni opposte mettervi fine ma, siccome entrambi vogliono uscirne “da vincitori”, la situazione è bloccata e le tensioni aumentano perché entrambi i paesi usano le armi come strumenti per far perdere la pazienza all’avversario. Non soltanto a parole ma anche a colpi di cannoni, missili e droni. La notte scorsa, come ha riferito Trump, tre cacciatorpedinieri americani sono entrati in conflitto nello Stretto di Hormuz con postazioni missilistiche iraniane.

Lo scontro è stato rivelato dagli iraniani, i quali hanno affermato, esagerando, di aver colpito le tre navi da guerra americane. Poi, però, lo ha confermato Trump, che ha parlato di “pochi colpetti” senza conseguenze. Che ha ribadito che la “tregua indefinita” in atto dall’8 aprile, “è ancora in vigore” ma che se gli iraniani non si affrettano a rispondere circa l’avvio di un negoziato gli americani “colpiranno duro, altro che colpetti”.

Intanto la durata della chiusura dello Stretto di Hormuz si allunga. Il CentCom, il comando militare centrale Usa che copre il Medio Oriente, ha riferito che “attualmente vi sono oltre 70 petroliere a cui le forze statunitensi impediscono di entrare nei porti iraniani o di uscirne”. Si tratta, ha precisato, “di navi commerciali che hanno la capacità di trasportare oltre 166 milioni di petrolio iraniano, per un valore stimato superiore ai 13 miliardi di dollari”.

Passatempi – come anche il lancio di missili iraniani contro gli Emirati Arabi per far passare il tempo in vista del momento in cui dovremmo poter vedere chi vince e chi perde questa guerra, che secondo i più si sarebbe potuta evitare e che ha come “premi” lo Stretto di Hormuz e la capacità nucleare di Teheran.

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