L’ONU e le tante difficoltà di una riforma necessaria

Luca Veronese, su Il Sole 24 Ore del 23 settembre 2026, affronta il tema della riforma dell’ONU. La crisi delle Nazioni Unite non deriva soltanto dall’inefficienza dei suoi meccanismi decisionali, ma dal progressivo venir meno dell’equilibrio politico sul quale l’organizzazione è stata costruita. Il Consiglio di Sicurezza continua a riflettere i rapporti di forza emersi dalla Seconda guerra mondiale, mentre il sistema internazionale è ormai multipolare, attraversato dall’ascesa asiatica, dalle rivendicazioni africane e latinoamericane e dalla crescente autonomia delle potenze intermedie. Questa divergenza fra distribuzione reale del potere e rappresentanza istituzionale erode la legittimità dell’ONU e ne riduce la capacità di intervenire nelle crisi.

La proposta del presidente turco Recep Tayyip Erdogan di abolire il diritto di veto dei cinque membri permanenti interpreta il malcontento del cosiddetto Sud globale e, al tempo stesso, le ambizioni di Ankara. La formula secondo cui “il mondo è più grande di cinque” denuncia un privilegio difficilmente conciliabile con il principio di eguaglianza sovrana, ma costituisce anche uno strumento con cui la Turchia si accredita come portavoce delle potenze escluse dal vertice del sistema. L’iniziativa punta dunque non soltanto a democratizzare l’ONU, ma a trasformare il peso crescente degli attori regionali in influenza istituzionale.

L’abolizione del veto appare tuttavia politicamente irrealizzabile. Il potere di blocco non è un’anomalia accessoria, bensì il prezzo pagato nel 1945 per mantenere le maggiori potenze all’interno dell’architettura multilaterale. Russia, Stati Uniti e Cina difficilmente rinuncerebbero a una prerogativa che protegge i rispettivi interessi vitali; Mosca, pur dichiarandosi disponibile ad ampliare il Consiglio, considera infatti il veto un elemento essenziale del sistema. La riforma dipende così dal consenso degli stessi Stati il cui potere dovrebbe ridimensionare. È il paradosso fondamentale dell’ONU: quanto più il cambiamento diventa necessario, tanto più le rivalità che lo rendono urgente ne impediscono la realizzazione.

Le guerre in Ucraina, a Gaza e contro l’Iran hanno reso visibile questa paralisi. I veti incrociati e l’allineamento dei membri permanenti con le parti coinvolte hanno impedito al Consiglio di esercitare una funzione efficace di prevenzione, mediazione e coercizione. L’impotenza non riguarda solamente la gestione di singoli conflitti: segnala il passaggio verso un ordine nel quale le grandi potenze privilegiano coalizioni ad hoc, alleanze militari e iniziative unilaterali. Il ridimensionamento del sostegno statunitense, politico e finanziario, accentua la tendenza, perché priva l’organizzazione di una parte delle risorse e della leadership che ne avevano sostenuto l’azione dal dopoguerra.

L’allargamento del Consiglio di Sicurezza resta quindi l’unica riforma relativamente concepibile, ma presenta rischi. L’ingresso di nuovi membri permanenti, soprattutto africani e asiatici, aumenterebbe la rappresentatività dell’organo e attenuerebbe la percezione di un sistema dominato dall’Occidente e dalle potenze vincitrici del 1945. Tuttavia, la selezione dei nuovi seggi aprirebbe contese regionali: India e Pakistan, Brasile e altri Paesi latinoamericani, nonché i principali aspiranti africani, difficilmente convergerebbero senza compensazioni. Inoltre, ampliare il Consiglio senza modificare il veto potrebbe accrescerne la legittimità formale senza migliorarne l’efficacia.

In questo quadro, la successione ad Antonio Guterres assume rilievo strategico ma non risolutivo. Il prossimo segretario generale dovrà combinare esperienza diplomatica, accesso alle grandi potenze e capacità di iniziativa nelle crisi, pur disponendo di margini limitati. Una candidatura come quella di Rafael Grossi, maturata alla guida dell’AIEA, riflette la centralità ormai acquisita dalla sicurezza nucleare, dalla proliferazione e dal confronto sull’Iran. Nessuna personalità, tuttavia, potrà compensare da sola la mancanza di consenso fra i membri permanenti: una leadership più energica può rallentare il declino dell’organizzazione, non eliminarne le cause strutturali.

Per l’Europa, l’indebolimento dell’ONU comporta una perdita particolarmente grave. L’Unione europea fonda una parte rilevante della propria influenza sulla forza delle regole, delle istituzioni e del multilateralismo; in un sistema dominato dalla coercizione militare e dalle transazioni tra potenze, il suo peso relativo diminuisce. Francia e Regno Unito, titolari del veto, devono inoltre conciliare la difesa del proprio rango con l’esigenza europea di rendere il Consiglio più rappresentativo. Anche l’Italia ha interesse a sostenere soluzioni che amplino la partecipazione senza creare nuove gerarchie rigide, valorizzando seggi regionali o formule di rappresentanza più lunga e rieleggibile.

Lo scenario più probabile non è la dissoluzione dell’ONU, ma una lenta marginalizzazione politica accompagnata dalla sopravvivenza delle sue funzioni tecniche, umanitarie e normative. L’organizzazione continuerà a essere necessaria per coordinare aiuti, salute, sviluppo, clima e sicurezza nucleare, ma rischierà di incidere sempre meno sulle guerre tra Stati e sulle crisi che coinvolgono direttamente le grandi potenze. La questione decisiva non è quindi se l’ONU continuerà a esistere, bensì se resterà un centro dell’ordine internazionale o diventerà l’infrastruttura amministrativa di un mondo governato altrove.

The Global Eye è in partnership con SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale

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