Terrorismo in Europa, dalle organizzazioni gerarchiche agli ecosistemi digitali

A venticinque anni dagli attentati dell’11 settembre, la minaccia terroristica in Europa ha cambiato struttura. Il modello incarnato da al-Qaeda nel 2001 si fondava su una leadership riconoscibile, una catena di comando verticale e una complessa logistica transnazionale. Oggi prevalgono invece reti decentralizzate, comunità virtuali e individui capaci di preparare attentati con un sostegno organizzativo minimo.

La perdita del territorio controllato dallo Stato Islamico in Iraq e Siria non ha cancellato il suo progetto. Ne ha accelerato la trasformazione in un ecosistema ideologico e operativo distribuito, nel quale il marchio sopravvive anche senza una direzione centralizzata. Le uccisioni mirate dei vertici hanno ridotto il peso dei singoli leader, ma non la capacità delle organizzazioni di ispirare violenza.

Il “jihadismo mutante”

Una parte crescente dell’infrastruttura terroristica è virtuale. Video brevi diffusi attraverso TikTok, Instagram e Twitch possono funzionare come primo contatto emotivo, mentre canali cifrati e applicazioni peer-to-peer consentono di consolidare l’adesione ideologica, creare reti di sostegno e condividere conoscenze operative.

In questo ambiente, un’organizzazione può ispirare un attentato senza conoscere direttamente l’esecutore, mentre un simpatizzante può agire senza ricevere ordini formali. È la logica del “jihadismo mutante”: la struttura cambia, si adatta alle piattaforme e si frammenta, ma conserva riferimenti, narrazioni e obiettivi.

La conseguenza è un terrorismo più difficile da classificare. La distinzione tra attacco diretto, ispirato e autonomo perde precisione, perché dietro un apparente lupo solitario possono esistere contatti digitali, piccoli gruppi di sostegno e facilitatori informali.

ISK e la proiezione verso l’Europa

Islamic State Khorasan Province ha sfruttato efficacemente questo modello. Pur avendo il proprio centro operativo in Asia centrale, il gruppo riesce a raggiungere sostenitori e potenziali esecutori in città europee attraverso comunità diasporiche, collegamenti transfrontalieri e comunicazioni cifrate.

La propaganda si rivolge in particolare a giovani isolati e vulnerabili, offrendo loro appartenenza, identità e riconoscimento. La distanza geografica non rappresenta più una barriera sufficiente: pianificatori e propagandisti possono influenzare operazioni in Europa senza disporre di una presenza organizzativa tradizionale sul territorio.

Il complotto contro i concerti di Taylor Swift

Il progetto di attacco ai concerti di Taylor Swift a Vienna, scoperto nell’agosto 2024, esemplifica la nuova radicalizzazione mediata dalle piattaforme. Il principale sospettato aveva consumato su TikTok contenuti di predicatori salafiti e propaganda esplicita dello Stato Islamico, passando poi alla ricerca degli obiettivi e alla preparazione pratica.

Il piano avrebbe combinato un veicolo, esplosivi e un machete. L’operazione, inizialmente descritta come iniziativa di un singolo, coinvolgeva in realtà complici e contatti, configurando il modello del “lone perpetrator plus”: un esecutore centrale sostenuto da una micro-rete online e offline.

La scoperta preventiva conferma il valore della cooperazione transatlantica, della sorveglianza interna e dello scambio tempestivo di informazioni. Mostra però anche quanto sia difficile riconoscere in anticipo reti fluide, prive di una gerarchia stabile e costruite attraverso interazioni apparentemente ordinarie.

Gaza e la mobilitazione emotiva

L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza hanno prodotto un’ondata propagandistica che ha influenzato la mobilitazione islamista in Europa. Le immagini della sofferenza civile, spesso decontestualizzate e associate a messaggi emotivamente estremi, sono state utilizzate per presentare il conflitto come prova di un’aggressione globale contro l’Islam.

La narrazione vittima-vendetta può trasformare rabbia, dolore, umiliazione e senso di complicità occidentale in disponibilità alla violenza, anche prima della formazione di una visione ideologica coerente. Gli algoritmi amplificano il processo premiando i contenuti più polarizzanti e facilitando il passaggio da materiale politico legittimo a propaganda apertamente estremista.

Questa dinamica non implica che la protesta o la solidarietà verso i civili palestinesi costituiscano radicalizzazione. Il compito dell’intelligence è precisamente distinguere l’espressione politica dal passaggio concreto verso mobilitazione, preparazione e intenti violenti.

Una minaccia sempre più giovane

I casi registrati dopo il 7 ottobre mostrano una crescente centralità degli adolescenti. I più giovani non si limitano a consumare propaganda: possono produrla, amministrare gruppi di discussione, selezionare obiettivi e cercare l’approvazione di figure più esperte.

Le reti tra pari accelerano il processo perché normalizzano il linguaggio estremista e trasformano la preparazione della violenza in una fonte di prestigio. La disponibilità di istruzioni online e di strumenti comuni abbassa ulteriormente la soglia operativa.

Coltelli, veicoli e armi improvvisate restano i mezzi più frequenti perché economici, accessibili e difficili da intercettare. In prospettiva, droni e armi stampate in 3D potrebbero ampliare le capacità degli attori giovani e tecnologicamente competenti.

Oltre il jihadismo

Nel 2025 Europol ha registrato 45 attacchi terroristici in dieci Stati membri dell’Unione Europea: 22 compiuti, 20 sventati e tre falliti. Il jihadismo resta la principale preoccupazione, ma il panorama comprende anche estremismo di destra e di sinistra, anarchismo, separatismo, violenza antigovernativa e mobilitazioni alimentate dalle teorie del complotto.

I confini ideologici diventano più porosi. Le cosiddette ideologie “salad bar” combinano elementi provenienti da ambienti anche contrapposti: antisemitismo, anti-globalismo, sostituzione demografica, rifiuto dello Stato e conflitto tra civiltà. A unire questi mondi non è sempre una dottrina coerente, ma un codice emotivo condiviso basato su risentimento, umiliazione, rabbia e nichilismo.

Persistono inoltre l’intreccio tra criminalità e terrorismo e il ruolo delle carceri come luoghi di reclutamento e consolidamento ideologico. Disturbi psicologici e vulnerabilità sociali possono coesistere con l’estremismo, ma non devono essere utilizzati come spiegazioni automatiche. Anche la provenienza da zone di conflitto rappresenta un fattore da valutare, non una prova di pericolosità.

La prospettiva geostrategica

Il cambiamento decisivo è il passaggio dal gruppo terroristico come organizzazione delimitata all’ecosistema terroristico come ambiente abilitante. Propaganda personalizzata, reti digitali, conoscenze operative e strumenti a basso costo permettono alla minaccia di riprodursi anche dopo la perdita di territori e vertici.

Questa trasformazione riduce l’efficacia di una risposta basata esclusivamente sulla decapitazione delle leadership o sulla distruzione delle basi territoriali. L’Europa deve combinare operazioni guidate dall’intelligence con prevenzione di lungo periodo, resilienza digitale, alfabetizzazione mediatica, cooperazione internazionale e rafforzamento della coesione sociale.

La sfida consiste nel restringere gli spazi virtuali e sociali nei quali risentimento, ideologia, tecnologia e opportunità operative convergono nella violenza. Ciò richiede interventi mirati, evitando che politiche indiscriminate producano esclusione, discriminazione e nuova radicalizzazione.

Il terrorismo contemporaneo possiede meno massa organizzativa, ma maggiore capacità di adattamento. La sua forza risiede nella possibilità di trasformare individui e micro-reti in nodi operativi temporanei di un sistema globale che non necessita più di ordini diretti per generare violenza.

Fonte: The Soufan Center

The Global Eye è in partnership con SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale

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