Israele tornerà alle urne il 27 ottobre per la prima volta dall’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023. Con circa sette milioni di elettori chiamati al voto e 38 liste registrate, le elezioni si configurano soprattutto come un referendum sulla leadership di Benjamin Netanyahu, sulla gestione della sicurezza nazionale e sull’indirizzo politico assunto dal Paese dopo l’attacco.
Il voto arriva al termine di una fase segnata dalle operazioni militari israeliane nella regione e dalla guerra condotta, insieme agli Stati Uniti, contro l’Iran. Netanyahu, alla guida del Likud e primo ministro più longevo della storia israeliana, rivendica la propria esperienza strategica, ma resta esposto alle accuse di non avere prevenuto il 7 ottobre. I sondaggi descritti nel testo collocano il Likud leggermente indietro, aprendo una competizione incerta per la costruzione della prossima maggioranza.
Il centro sfida Netanyahu sul terreno della sicurezza
La principale alternativa potrebbe arrivare da Gadi Eisenkot, già capo di stato maggiore e fondatore del partito centrista Yashar. La sua esperienza militare gli consente di contendere a Netanyahu la credibilità sulla sicurezza, tradizionale punto di forza del Likud. Eisenkot propone una ricomposizione delle divisioni interne e la fine dell’esenzione dal servizio militare per gli ebrei ultraortodossi.
Sul centrodestra si colloca anche Beyahad, l’alleanza tra l’ex primo ministro Naftali Bennett e Yair Lapid. I due avevano già governato insieme tra il 2021 e il 2022, uniti soprattutto dall’obiettivo di estromettere Netanyahu. La nuova intesa cerca di aggregare elettori moderati, conservatori e laici, ma dovrà dimostrare di poter trasformare l’opposizione al premier in un programma politico coerente.
La presenza di due poli alternativi rischia di frammentare il campo anti-Netanyahu. In un sistema proporzionale nel quale la formazione del governo dipende dalle coalizioni, il risultato decisivo potrebbe non essere il primato della singola lista, ma la possibilità di riunire almeno 61 seggi.
La coscrizione divide società e coalizioni
Il servizio militare degli ultraortodossi emerge come uno dei principali terreni di scontro. Shas e United Torah Judaism difendono le esenzioni per gli studenti religiosi e restano potenziali alleati di Netanyahu. Eisenkot, Bennett e altri esponenti laici sostengono invece una distribuzione più uniforme degli obblighi militari.
Dopo anni di guerra e mobilitazione, la questione ha assunto un peso che supera il rapporto tra Stato e religione. Essa riguarda l’equità nella distribuzione dei costi della sicurezza e potrebbe determinare sia il comportamento elettorale sia la composizione del prossimo governo.
L’estrema destra condiziona l’agenda
Otzma Yehudit di Itamar Ben Gvir e Religious Zionism di Bezalel Smotrich rappresentano il versante più radicale della coalizione uscente. Le loro posizioni comprendono l’annessione della West Bank occupata, l’espansione degli insediamenti e una linea estremamente dura verso i palestinesi.
Una nuova formazione, Amha Israel dell’ex comandante Ofer Winter, amplia ulteriormente l’offerta della destra radicale, differenziandosi sul sostegno alla coscrizione universale. La moltiplicazione delle liste può sottrarre consensi al Likud, ma anche spostare il baricentro del dibattito verso posizioni nazionaliste e annessioniste.
Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman completa il fronte della destra laica. Pur mantenendo una linea dura sulla questione palestinese, il partito si oppone ai privilegi degli ultraortodossi e può diventare determinante nella formazione di una maggioranza alternativa.
Sinistra e partiti arabi cercano uno spazio decisivo
HaDemokratim, guidato dall’ex vicecapo di stato maggiore Yair Golan, riunisce ciò che resta della tradizione laburista e della sinistra di Meretz. Insieme alle formazioni arabe e comuniste, è tra le poche forze a sostenere esplicitamente la soluzione dei due Stati. Il suo peso sarà indicativo dello spazio politico rimasto per una prospettiva negoziale dopo anni di conflitto.
Raam, guidato da Mansour Abbas, potrebbe nuovamente assumere una funzione di ago della bilancia. Nel 2021 fu il primo partito arabo a partecipare a una coalizione di governo israeliana. La candidatura dell’ex funzionario di polizia ebreo Yoav Segalovitz segnala ora il tentativo di costruire una piattaforma più trasversale, centrata sull’uguaglianza della minoranza araba, che rappresenta circa un quinto della popolazione.
Hadash-Ta’al sostiene a sua volta la soluzione dei due Stati attraverso un’alleanza fra comunisti arabo-ebraici e nazionalisti arabi. La capacità di queste liste di superare le divisioni interne e mobilitare l’elettorato sarà decisiva per gli equilibri parlamentari.
La prospettiva geostrategica
Il voto stabilirà quale lettura del 7 ottobre prevarrà nella società israeliana. Netanyahu presenta la prosecuzione di una strategia regionale offensiva come garanzia di sopravvivenza; i suoi avversari possono sostenere che il fallimento preventivo, la polarizzazione interna e la dipendenza dall’estrema destra richiedano un cambio di leadership.
L’esito avrà conseguenze dirette sulla guerra, sul rapporto con l’Iran, sull’alleanza con Washington e sulla politica nei territori palestinesi. Una coalizione nuovamente dipendente da Ben Gvir e Smotrich rafforzerebbe le pressioni annessioniste e restringerebbe ulteriormente lo spazio diplomatico. Un governo centrista potrebbe moderare lo stile e riaprire alcuni canali politici, senza necessariamente abbandonare una postura militare rigorosa.
La vera partita inizierà quindi dopo lo scrutinio. In un Parlamento frammentato, i partiti religiosi, la destra laica e Raam potrebbero contare più della lista arrivata prima, determinando se Israele proseguirà lungo la linea di Netanyahu o avvierà una difficile ricomposizione politica dopo il trauma del 7 ottobre.
Fonte: AFP
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