Renminbi, la promessa mancata dell’internazionalizzazione alimenta la frammentazione monetaria

A dieci anni dall’ingresso del renminbi nel paniere dei diritti speciali di prelievo del Fondo Monetario Internazionale, la valuta cinese occupa una posizione contraddittoria: è sempre più utilizzata nel commercio internazionale, ma resta scarsamente integrata nei mercati finanziari globali e rigidamente controllata da Pechino.

L’inclusione nel paniere, accanto a dollaro, euro, sterlina e yen, fu interpretata come il riconoscimento dell’ascesa economica della Cina e come un incentivo alla liberalizzazione del suo sistema monetario. Quell’aspettativa, tuttavia, si è realizzata solo in parte. Il renminbi ha ampliato la propria presenza transfrontaliera senza acquisire le caratteristiche di apertura, liquidità e convertibilità associate alle altre principali valute di riserva.

Un’espansione commerciale sotto il controllo di Pechino

Nel 2024 il renminbi è stato utilizzato per il 27% del commercio cinese di beni e per il 32% di quello dei servizi. La sua quota nei pagamenti internazionali complessivi si fermava però al 3,8%, mentre rappresentava soltanto il 2% delle riserve valutarie ufficiali, risultando persino meno utilizzato del dollaro canadese.

Pechino ha permesso un accesso selettivo degli investitori stranieri ai mercati azionari e obbligazionari, sostenuto i depositi offshore e promosso prestiti, obbligazioni e sistemi di pagamento denominati in yuan. Questi strumenti rimangono però inseriti in un’architettura sottoposta al controllo delle autorità cinesi.

Più che procedere verso la piena internazionalizzazione della valuta, la Cina sembra quindi costruire un sistema monetario alternativo e controllato, capace di sostenere gli scambi senza esporre completamente l’economia nazionale ai movimenti internazionali dei capitali.

Autonomia strategica e vantaggio competitivo

I controlli sul capitale permettono al governo di mantenere le risorse finanziarie all’interno del Paese e indirizzarle verso priorità quali tecnologie avanzate, industria e infrastrutture. Limitano inoltre l’esposizione al sistema dominato dal dollaro, riducendo la vulnerabilità cinese alle sanzioni finanziarie occidentali.

Questa strategia ha però effetti esterni. La gestione del cambio contribuisce a mantenere il renminbi sottovalutato, sostenendo la competitività delle esportazioni e l’enorme avanzo commerciale cinese. Secondo le stime citate, la sottovalutazione potrebbe essere compresa tra il 17,3% e il 25,3%.

Il cambio diventa così una componente della politica industriale e della sicurezza economica cinese, soprattutto mentre la crescita interna è indebolita dalla crisi immobiliare, dal rallentamento degli investimenti e dalla perdita di fiducia dei consumatori. Il risultato è un aumento delle tensioni commerciali e della pressione sulle industrie degli altri Paesi.

Il limite della scelta compiuta dall’IMF

L’IMF definì il renminbi una valuta “liberamente utilizzabile” ma adottò un criterio tecnico relativamente ristretto: la possibilità di impiegarla per finanziare prestiti d’emergenza e consentirne il rimborso. Le altre valute del paniere disponevano già, al momento dell’inclusione, di mercati profondi e conti capitali aperti.

La decisione si fondava implicitamente sull’aspettativa che Pechino avrebbe proseguito verso una maggiore liberalizzazione. Dieci anni dopo, i mercati offshore in renminbi continuano invece a presentare limiti di profondità e liquidità, mentre resta insufficiente la disponibilità internazionale di attività sicure denominate nella valuta cinese.

Anche il credito transfrontaliero evidenzia la distanza dal dollaro. Le obbligazioni e i prestiti in yuan emessi da soggetti stranieri e imprese cinesi con sede all’estero hanno raggiunto quasi 150 miliardi di dollari nel 2026, contro circa 14.000 miliardi di credito in dollari esistente al di fuori degli Stati Uniti alla fine del 2025.

Il rischio di un nuovo punto di pressione

La crescita di circuiti finanziari paralleli potrebbe accentuare la frammentazione dell’economia mondiale. In una futura crisi, qualora Washington non fosse in grado o non volesse fornire la liquidità in dollari necessaria, i Paesi in difficoltà potrebbero rivolgersi maggiormente alla Cina.

Pechino acquisirebbe allora una leva paragonabile a quella già esercitata sulle materie prime critiche: l’accesso alla liquidità in renminbi potrebbe essere condizionato a concessioni politiche, economiche o diplomatiche. La valuta cinese passerebbe da strumento di regolamento commerciale a possibile infrastruttura di influenza geopolitica.

Il pericolo non consiste necessariamente nella sostituzione del dollaro, ancora nettamente dominante, ma nella formazione di blocchi monetari meno interoperabili. La crescente separazione tra circuiti occidentali e cinesi aumenterebbe i costi delle transazioni, ridurrebbe la trasparenza e renderebbe più complessa la gestione multilaterale delle crisi finanziarie.

La prospettiva geostrategica

Rimuovere il renminbi dal paniere appare politicamente improbabile e potenzialmente destabilizzante. L’IMF potrebbe tuttavia utilizzare la revisione prevista entro luglio 2027 per indicare un percorso più rigoroso verso l’apertura del conto capitale e precisare i requisiti necessari affinché una moneta possa essere considerata realmente “liberamente utilizzabile”. Anche il G7 potrebbe esercitare una pressione coordinata in questa direzione.

La questione riguarda la credibilità dell’ordine finanziario internazionale. Il riconoscimento accordato alla Cina avrebbe dovuto favorire la convergenza verso regole condivise; ha invece accompagnato lo sviluppo di un sistema ibrido, nel quale Pechino beneficia dello status internazionale del renminbi senza rinunciare al controllo politico della valuta.

La sfida non è impedire l’ascesa monetaria cinese, ma evitare che essa produca un’infrastruttura finanziaria parallela, opaca e utilizzabile come leva coercitiva. La stabilità globale dipenderà dalla capacità di conciliare il peso economico della Cina con regole monetarie più trasparenti, reciproche e verificabili.

Fonte: Atlantic Council – Autore: Jeremy Mark

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Geostrategic magazine (9 september 2026)

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