Metamorfosi del mondo e nuove vie

(Marco Emanuele) 

Nella metamorfosi del mondo, il nostro approccio strategico non può rimanere ancorato al passato, nel desiderio d’impossibili restaurazioni.

Mentre gli scenari, via rivoluzione tecnologica e profonda trasformazione di potere e sfere d’influenza, ci portano continuamente nell’oltre, le classi dirigenti (molti intellettuali compresi) continuano a rimestare nella stessa acqua consumata, a non riflettere su ciò che è successo negli ultimi decenni e, soprattutto, a non immagire cosa diventeranno (o potranno diventare) la convivenza umana e le relazioni internazionali.

I ‘formati’ che ancora resistono non rappresentano più la realtà dei rapporti di forza in campo. Il mondo, secondo alcuni esperti più avveduti, è smontato, frammentato come non mai: il problema è non fermarsi alla fotografia dell’esistente ma comprendere che ciò che serve è una operazione culturale-strategica di ripensamento di ciò che abbiamo ereditato dal passato: se, dopo la seconda guerra mondiale, abbiamo vissuto decenni di sostanziale pace e stabilità, quell’architettura non basta più. Il mondo che conoscevamo è tramontato. Va detto che le classi dirigenti post-guerra mondiale avevano il senso politico di visione storica: è ciò che va conservato, riscrivendo – con rinnovato realismo – i contenuti strategici e le regole del gioco.

Il tema può spaventare, apparire ben superiore alle nostre possibilità ma è necessario affrontarlo. E’ un tema, dobbiamo esserne consapevoli, che mette in discussione ogni ambito di ciò che chiamiamo mondo. Se le leadership passano, esse non sono neutre: chi si trova pro-tempore a governare lascia un’impronta, più o meno potente, che segna il passo per la costruzione del futuro. Ebbene, a ben guardare, l’impronta che vediamo è d’insostenibilità sistemica: la transizione da un ordine conosciuto a un altro ancora sconosciuto non muove dalla prospettiva planetaria e sembra rifiutare ogni approccio complesso, capace di ricongiungerci con la realtà-che-diventa.

Ripensare, dunque, è decisivo. Il mondo che vediamo oggi non è un incidente della storia ma, in molti casi, è la conseguenza di scelte sbagliate, gestite con la fretta – soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino – di vivere le grandi potenzialità del mondo che emergeva dopo l’implosione dell’Unione Sovietica. Le voci che, negli ultimi anni, evocavano i rischi che oggi sono del tutto emersi ed evidenti non sono state ascoltate, quasi fossero profeti di sventura rispetto alle traiettorie lineari di un progresso certo: alcuni, addirittura, si erano spinti a parlare di ‘fine della storia’.

Serve una pragmatica filosofia della storia perché viviamo un cambio di era. Serve lavorare insieme per illuminare i punti di evoluzione e di involuzione, non indugiando: mentre domina un pensiero antagonista, lineare e reazionario, serve un pensiero critico e complesso. La forza della visione storica è nella capacità d’immaginare la costruzione futura del nostro convivere: va da sé che, oltre il presente imminente, occorra cambiare via.

 

 

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