Le elezioni israeliane non hanno prodotto un vincitore. Il Likud di Benjamin Netanyahu e i suoi alleati hanno conquistato 53 seggi alla Knesset — un crollo rispetto ai 68 precedenti, ma molto sopra le previsioni di sondaggisti e commentatori, che pronosticavano una disfatta e la fine del suo regno quasi ininterrotto di 17 anni. Il blocco guidato da Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore, ha invece deluso le attese fermandosi a 48 seggi. Nessuno dei due schieramenti ha la maggioranza di 61 seggi necessaria a governare.
Netanyahu resta primo ministro ad interim. Nella giornata di mercoledì il presidente Isaac Herzog avvia le consultazioni con i due leader per affidare l’incarico a chi ha le migliori chance di formare una maggioranza: il prescelto avrà 28 giorni, prorogabili di 14. Se nessuno dei blocchi riesce a comporre un esecutivo, il Paese torna al voto all’inizio del 2027.
Le mosse in campo: Arabi israeliani, Gaza, West Bank
Il passaggio che può decidere tutto sono i 19 seggi delle liste arabe. Sabato sera Eisenkot ha segnalato la disponibilità ad accoglierle nella coalizione: sommati ai suoi 48, darebbero una maggioranza solida. La condizione posta — sostenere l’eliminazione di Hamas come autorità di governo e di sicurezza a Gaza — è però esattamente il punto che può far desistere i leader del blocco arabo. Nella storia di Israele solo una volta un partito arabo è entrato in una coalizione di governo, nel 2021, e quell’esecutivo è durato circa 18 mesi.
Sul resto del dossier, le distanze tra i due blocchi sono minori di quanto la campagna abbia suggerito. Entrambi ritengono che le Forze di Difesa israeliane debbano continuare a indebolire Hezbollah nel sud del Libano e giudicano l’esercito libanese troppo debole per disarmarlo da solo; nessuno dei due ritirerebbe le truppe dalle posizioni in territorio libanese in modo immediato e incondizionato. Eisenkot manterrebbe anche la zona di sicurezza creata in Siria dopo la caduta del regime di Assad nel dicembre 2024, nonostante Washington spinga verso un accordo permanente con Damasco.
Dove Eisenkot cambierebbe registro è in Cisgiordania: si valuta che punirebbe — non proteggerebbe — i coloni responsabili di violenze contro i palestinesi e smantellerebbe alcuni insediamenti illegali, oltre a liberare i miliardi di dollari di entrate fiscali e dazi doganali trattenuti dal governo Netanyahu all’Autorità Palestinese. Su Gaza cercherebbe maggiore cooperazione con il piano di pace oggi in stallo del Board of Peace voluto da Trump.
Il vero nodo: l’Iran e le elezioni di midterm negli USA
La domanda che pesa di più sulle cancellerie regionali riguarda la postura del prossimo governo verso l’Iran: una decisione che attende esiti sia in Israele sia negli Stati Uniti, dove si vota per il midterm. La valutazione diffusa è che nessuno dei due appuntamenti elettorali possa invertire gli spostamenti strategici prodotti dalla guerra contro Teheran: un regime iraniano più assertivo e l’erosione dell’ombrello di sicurezza americano sul Golfo e sulla regione allargata.
Trump ha minacciato per settimane di riaprire il conflitto se l’Iran non accetta le sue condizioni. I mediatori qatarioti e altri attori regionali rivendicano progressi su un’intesa interinale che scongiurerebbe nuovi combattimenti, ma nessun accordo è stato annunciato e alcuni alti funzionari iraniani negano di essere disponibili a flessibilità.
Nelle settimane precedenti al voto, diverse fonti hanno indicato che Netanyahu ha incoraggiato Trump a tornare alla guerra attiva contro Teheran, con partecipazione israeliana. Il Wall Street Journal ha riferito domenica di una telefonata tra i due leader sabato, sul possibile nuovo attacco e sulle chance di una soluzione diplomatica dell’ultimo minuto. Alcuni ambienti dell’opposizione israeliana ipotizzano che Netanyahu possa persino innescare il conflitto per far deragliare il processo di formazione del governo e restare in carica: un’ipotesi che vale la pena trattare come tale, non come fatto accertato.
Un governo Eisenkot non escluderebbe di aderire a una nuova escalation americana o di colpire unilateralmente, soprattutto se il programma nucleare iraniano mostrasse segnali netti di avanzamento — posizione condivisa dalla maggioranza dell’elettorato israeliano, che considera Iran e alleati minacce esistenziali. La differenza starebbe nel metodo: non farebbe pressing su Trump per riaprire le ostilità, né tenterebbe di dissuaderlo dall’accettare un’intesa, anche a costo di compromessi americani.
(English version)
The Israeli elections have not produced a winner. Benjamin Netanyahu’s Likud and its allies won 53 seats in the Knesset — a collapse from the previous 68, but well above the forecasts of pollsters and commentators, who had predicted a rout and the end of his nearly uninterrupted 17-year rule. The bloc led by Gadi Eisenkot, a former chief of staff, instead fell short of expectations, finishing on 48 seats. Neither camp has the 61-seat majority needed to govern.
Netanyahu remains interim prime minister. On Wednesday, President Isaac Herzog begins consultations with the two leaders to entrust the mandate to whoever has the best chance of forming a majority: the chosen candidate will have 28 days, extendable by 14. If neither bloc manages to assemble an executive, the country returns to the polls in early 2027.
The moves on the table: Israeli Arabs, Gaza, West Bank
The passage that could decide everything is the 19 seats held by the Arab lists. On Saturday evening Eisenkot signalled his willingness to welcome them into the coalition: added to his 48, they would give a solid majority. The condition he set — supporting the elimination of Hamas as a governing and security authority in Gaza — is, however, exactly the point that may cause the leaders of the Arab bloc to hold back. In Israel’s history, an Arab party has entered a governing coalition only once, in 2021, and that executive lasted about 18 months.
On the rest of the dossier, the distances between the two blocs are smaller than the campaign suggested. Both believe the Israel Defense Forces should continue to weaken Hezbollah in southern Lebanon and consider the Lebanese army too weak to disarm it alone; neither would withdraw troops from positions in Lebanese territory immediately and unconditionally. Eisenkot would also keep the security zone created in Syria after the fall of the Assad regime in December 2024, even though Washington is pushing for a permanent agreement with Damascus.
Where Eisenkot would change tack is in the West Bank: the assessment is that he would punish — not protect — the settlers responsible for violence against Palestinians and dismantle some illegal settlements, as well as release the billions of dollars in tax revenues and customs duties withheld from the Palestinian Authority by Netanyahu’s government. On Gaza he would seek greater cooperation with Trump’s Board of Peace peace plan, which is currently stalled.
The real crux: Iran and the US midterms
The question weighing most heavily on regional chancelleries concerns the next government’s posture toward Iran: a decision awaiting outcomes both in Israel and in the United States, where the midterms are being voted on. The widespread assessment is that neither electoral appointment can reverse the strategic shifts produced by the war against Tehran: a more assertive Iranian regime and the erosion of the American security umbrella over the Gulf and the wider region.
Trump has threatened for weeks to reopen the conflict if Iran does not accept his conditions. Qatari mediators and other regional actors claim progress on an interim understanding that would avert renewed fighting, but no agreement has been announced and some senior Iranian officials deny being open to flexibility.
In the weeks before the vote, several sources indicated that Netanyahu encouraged Trump to return to active war against Tehran, with Israeli participation. The Wall Street Journal reported on Sunday on a phone call between the two leaders on Saturday, about a possible new attack and the chances of a last-minute diplomatic solution. Some quarters of the Israeli opposition speculate that Netanyahu might even trigger the conflict to derail the government-formation process and stay in office: a hypothesis worth treating as such, not as established fact.
An Eisenkot government would not rule out joining a new American escalation or striking unilaterally, especially if Iran’s nuclear programme showed clear signs of advancing — a position shared by the majority of the Israeli electorate, which regards Iran and its allies as existential threats. The difference would lie in method: he would not press Trump to reopen hostilities, nor try to dissuade him from accepting an understanding, even at the cost of American compromises.
Primary source: The Soufan Center, Inconclusive Israeli Election Fuels Regional Uncertainty
The Global Eye and SIOI



