Il pianeta Terra continua a soffrire e a perdere biodiversità. In 52 anni, le popolazioni globali di vertebrati si sono ridotte in media del 73%. Lo rende noto il Living Planet Report 2026, che fotografa l’evoluzione delle specie monitorate e denuncia la continua diminuzione degli habitat e l’impatto dei cambiamenti climatici sulla fauna terrestre. Il rapporto, appena pubblicato dal WWF, afferma come la situazione sia molto grave: però c’è ancora la possibilità di imterrompere il processo se si agirà con tempestività puntando su obiettivi concreti, scrivono i relatori.
Il dati del Rapporto sono stati elaborati dagli studiosi della Zoological Society of London (ZSL), che hanno monitorato il Pianeta dal 1970, esaminando un totale di 35.803 esemplari appartenenti a 5.790 specie, tra mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci. Stando al rapporto, la contrazione complessiva è stata in media del 2,5% l’anno nell’arco di 52 anni. I dati mostrano differenze significative per quel che riguarda gli habitat e le aree geografiche. Le specie di acqua dolce hanno mostrato un calo medio più rilevante pari all’85%, le specie di terra si riducono del 69% e quelle marine del 59%. A livello geografico, le diminuzioni più significative sono state riscontrate nell’area latino- americana, dove il calo medio è stato del 95%, e in Africa (circa l’80%).
A livello europeo, lo studio evidenzia a sorpresa il caso della Svizzera, dove un terzo di tutte le sue specie animali e vegetali è a rischio estinzione e rappresenta il dato più elevato rispetto a tutti i Paesi confinanti. Lo sfruttamento intensivo degli habitat e la crisi climatiche rappresentano la ragione principale di questa tendenza. Il presidente del WWF Italia Luciano di Tizio ha sottolineato come il trend negativo non abbia risparmiato l’Italia, dove il 30% dei vertebrati e il 25% delle specie animali marine del Mediterraneo sono a rischio estinzione.
Il rapporto ha messo in evidenza come le perdite e il degrado degli habitat naturali siano la principali minacce per la fauna selvatica terrestre. Oltre a questi fattori principali, ci sono altre cause di rischio, come i cambiamenti climatici, il sovrasfruttamento delle risorse, l’inquinamento, l’introduzione di specie invasive e la diffusione di nuove patologie. E tutti questi fattori subiscono, a loro volta, l’impatto dei sistemi agroalimentare ed energetico. Il Living Planet Report del 2026 conferma in modo inequivocabile la persistenza della perdita di biodiversità e il declino dell’ambiente globale.
Tuttavia, non tutta la situazione è negativa. Lo studio mette in evidenza come la metà delle specie studiate e monitorate sia stabile o in aumento. Grazie all’attuazione di interventi mirati si è osservata la ripresa delle popolazioni di tonno rosso, della tartaruga verde, della tigre e anche dell’elefante africano della savana e ciò è dovuto allo sforzo internazionale tra governi, comunità locali e società civile che ha permesso di ottenere buoni risultati. Tra il 2010 e il 2025, ad esempio, la popolazione mondiale di tigri è passata da 3.200 circa a 5.700, con un incremento di circa il 70%. In Vietnam, nel Parco Tram Chim, à stato osservato il ritorno di numerose specie di uccelli migratori, mentre in Svizzera è ritornata la cicogna bianca. In Italia è stato recuperato il lupo e salvato dall’estinzione il cervo sardo, e potenziata la vigilanza attorno alla tartaruga Caretta caretta, anche grazie agli interventi del WWF.
La tutela delle risorse naturali e di programmi antibracconaggio sono stati incisivi ma resta ancora molto da fare. Comunque, Kirsten Schuijt, Direttore Generale del WWF International, si mostra ottimista. “Mentre la biodiversità – ha affermato – si impoverisce a una velocità allarmante, emergono anche ragioni concrete per guardare al futuro con speranza”. E aggiunge: “E’ necessario accelerare la trasformazione dei sistemi che causano la perdita di natura. I progressi già raggiunti dimostrano che il cambiamento è possibile”.
In vista ci sono i prossimi appuntamenti internazionali per affrontare il futuro ambientale: il 19 Ottobre si aprirà a Erevan (Armenia) la COP17 sulla biodiversità, mentre dal 9 al 20 Novembre si terrà a Antalya, in Turchia, la COP31 sui cambiamenti climatici.
Maria Eva Pedrerol



