Cinque Paesi europei – Germania, Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi – intendono trasferire fuori dall’Unione europea i migranti privi di titolo di soggiorno e i richiedenti asilo respinti. Il progetto prevede la creazione, dal 2027, di return hubs in Stati terzi, incaricati di trattenere le persone in attesa del rimpatrio. Per Lisa Martin, l’Europa sta riprendendo il copione australiano del controllo migratorio offshore, con il rischio di esternalizzare non soltanto le frontiere, ma anche le proprie responsabilità giuridiche e politiche.
Il precedente è la cosiddetta Pacific Solution australiana: trasferire in Paesi insulari terzi le persone arrivate via mare, allontanandole dal territorio nazionale e dal suo sistema di tutela. Il modello ha avuto una funzione deterrente, ma ha prodotto detenzioni prolungate, costi elevati, opacità amministrativa e ripetute contestazioni in materia di diritti umani. Secondo l’autrice, considerarlo una soluzione facilmente replicabile significa ignorarne le conseguenze e le specificità.
Nel caso europeo, i problemi sarebbero ancora più complessi. L’Unione deve conciliare le politiche di rimpatrio con il diritto europeo, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e il principio di non-refoulement, che vieta di trasferire una persona verso un Paese nel quale rischi persecuzioni o trattamenti inumani. Spostare fisicamente i migranti fuori dall’UE non elimina quindi le responsabilità degli Stati europei né garantisce che i centri possano sottrarsi al controllo dei tribunali.
La proposta rivela una trasformazione più ampia della politica migratoria europea. La gestione delle frontiere sta diventando uno strumento di politica estera, fondato su accordi con Stati terzi disponibili a ospitare centri, accettare rimpatri o impedire le partenze. In cambio, questi governi possono chiedere finanziamenti, concessioni diplomatiche, accesso ai mercati o sostegno politico. Il rapporto rischia così di generare nuove dipendenze e di offrire ai Paesi partner una leva negoziale permanente sull’Europa.
L’esternalizzazione produce inoltre una dispersione delle responsabilità. Gli Stati europei possono attribuire eventuali violazioni ai Paesi ospitanti, mentre questi ultimi possono sostenere di agire per conto dell’UE. I return hubs rischiano così di trasformarsi in spazi caratterizzati da controlli insufficienti, accesso limitato all’assistenza legale e scarsa trasparenza sulle condizioni di trattenimento.
Sul piano geostrategico, il ricorso al modello australiano segnala la crescente subordinazione della politica europea di asilo a obiettivi di deterrenza, sicurezza interna e consenso elettorale. Ma l’Australia ha applicato il sistema in un contesto geografico e istituzionale diverso: trasferirlo in Europa, attraversata da molteplici rotte e vincolata da un ordinamento sovranazionale, potrebbe moltiplicare controversie giudiziarie, costi e tensioni tra Stati membri.
Il paradosso è che, nel tentativo di riprendere il controllo delle frontiere, l’Europa potrebbe accrescere la propria dipendenza da governi esterni e indebolire la credibilità internazionale del proprio discorso sui diritti. La questione non riguarda dunque soltanto l’efficacia dei rimpatri: riguarda la disponibilità dell’UE a trasferire altrove il costo umano, giuridico e politico delle proprie scelte migratorie.
Fonte: Lisa Martin, “Europe borrows Australia’s asylum script – outsourcing rights”, The Interpreter, Lowy Institute.
M.E.
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