Nigel Farage aspira a diventare uno statista di rilevanza globale. Prima però ha bisogno di prendere le distanze da Trump

Secondo Tim Ross su Politico, la vera sfida di Nigel Farage non è più solo consolidare il voto anti-establishment o anti-immigrazione ma riuscire a presentarsi come un premier credibile in un passaggio politico che lui stesso considera vicino. Il problema, però, è che per compiere questo salto deve contemporaneamente allargare la sua base e prendere le distanze da uno dei legami che più hanno definito la sua identità politica negli ultimi anni: quello con Donald Trump e con l’universo MAGA.

Il primo elemento geostrategico è che Farage sta cercando di europeizzare la propria legittimazione internazionale. La firma del memorandum con Jordan Bardella sulla gestione dei flussi migratori attraverso la Manica non è solo un gesto simbolico: serve a mostrare che il leader di Reform può costruire relazioni con un interlocutore di peso nel nazional-populismo europeo anche prima di arrivare al governo. Nella lettura di Tim Ross, il punto non è soltanto l’immigrazione ma la volontà di Farage di apparire come un attore capace di trattare da pari con altri leader continentali, attenuando l’immagine di semplice satellite britannico del trumpismo.

Il secondo punto importante riguarda il problema Trump. Politico sottolinea che i legami storici di Farage con il presidente americano – un tempo asset evidente – stanno diventando una passività potenzialmente pesante. Le posizioni di Trump su Ucraina e soprattutto sulla guerra con l’Iran hanno rafforzato, in una parte decisiva dell’elettorato britannico, la percezione di una destra americana caotica, destabilizzante e poco affidabile sul piano internazionale. Per Farage questo è un nodo strategico: una parte degli elettori che gli servono per vincere non vuole frontiere aperte né permissivismo migratorio ma non vuole neppure essere trascinata nella turbolenza geopolitica e simbolica del trumpismo più aggressivo.

Qui emerge il terzo elemento rilevante: la centralità del gruppo elettorale definito da More in Common come “rooted patriots”. Secondo il quadro riportato da Tim Ross, si tratta di elettori patriottici, conservatori sul piano sociale ma meno liberisti di quanto spesso si creda, sensibili a temi come casa, costo della vita e politica estera. Sono proprio loro il campo decisivo per Reform. E sono anche il segmento più inquieto di fronte all’effetto combinato di Trump, del conflitto con l’Iran e della brutalizzazione visiva delle politiche migratorie negli Stati Uniti. In termini geostrategici, questo significa che la politica estera americana sta incidendo direttamente sulle possibilità di successo di un populismo nazionale europeo.

Il quarto punto riguarda la fragilità interna del dispositivo Farage. La conferenza di Birmingham, che avrebbe dovuto servire a rafforzare l’immagine di un leader giò in marcia verso Downing Street, è stata oscurata da uno scandalo sui finanziamenti che ha travolto due suoi stretti collaboratori, incluso James Orr, molto connesso all’orbita trumpiana e a JD Vance. Anche se Farage respinge le accuse e insiste sul fatto che non siano state violate le regole, il caso mostra un elemento strutturale: più Reform si avvicina al potere, più l’ambiente costruito attorno a reti informali, relazioni transatlantiche e opacità da campagna permanente entra in tensione con la necessità di apparire come forza di governo disciplinata e affidabile.

Il quinto nodo, forse il più interessante, è che Farage sembra aver colto il problema e stia tentando una operazione di distanziamento selettivo. Il fatto che, nel suo discorso, non abbia menzionato Trump e abbia invece messo in scena la relazione con Bardella suggerisce che Reform stia cercando di restare ideologicamente coerente con il populismo occidentale ma spostando il proprio baricentro simbolico dall’America di Trump all’Europa delle destre nazional-populiste. E’ una mossa importante: non rompe con l’universo MAGA ma prova a renderlo meno ingombrante davanti a un elettorato britannico che teme l’instabilità internazionale e diffida del caos.

Nigel Farage si trova in una fase di passaggio delicatissima. Per diventare davvero competitivo come premier-in-waiting, deve trasformare Reform da movimento identitario e protestatario in una forza che sembri capace di governare. Ma per farlo deve risolvere una contraddizione strutturale: beneficiare dell’energia populista globale senza esserne travolto, capitalizzare la vicinanza a Trump senza pagare il costo politico del trumpismo, parlare alla destra profonda senza perdere i segmenti più pragmatici e inquieti dell’elettorato. In questo senso, il futuro di Farage dipenderà non solo dall’immigrazione o dalla crisi britannica ma dalla sua capacità di separare il brand Reform dalla dipendenza simbolica dall’America di Trump.

M.E.

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