(Vincenzo Formisano – Consiglio Direttivo della SIOI)
L’energia nucleare è tornata a essere una tesi d’investimento globale. La combinazione di sicurezza energetica, decarbonizzazione e crescita della domanda elettrica sta riportando il settore al centro dei piani industriali di Cina, Stati Uniti, Europa e Asia orientale, con un fabbisogno di capitale che, secondo le ultime analisi, potrebbe salire fino a oltre 250 miliardi di dollari l’anno entro il 2050.
Sul piano del mercato fisico, l’espansione è già visibile: nel 2026 risultano in costruzione 78 GW di capacità nucleare in 15 Paesi, con circa metà del totale concentrata in Cina. Le pipeline per nuovi reattori restano più forti in Asia, mentre in Europa il rilancio è più selettivo ma sostenuto da Francia, Regno Unito, Polonia e altri Paesi che cercano maggiore autonomia energetica.
La Cina resta il baricentro della nuova costruzione. Il Paese non solo guida lo sviluppo mondiale ma sta anche rafforzando la filiera domestica di ingegneria, combustibile e servizi, con effetti diretti su uranio, conversione e arricchimento. Per gli investitori, questo significa che la crescita non è limitata agli utility operator, ma si estende a supply chain, componentistica e servizi del ciclo del combustibile.
Negli Stati Uniti il nucleare è sostenuto da una logica diversa: più che nuova capacità di base, il focus è su life extension, incremento dell’efficienza degli impianti esistenti e sviluppo degli SMR. Il punto chiave resta la bancabilità dei progetti, perché il nucleare richiede strutture di finanziamento robuste, supporto regolatorio e una chiara allocazione dei rischi per attrarre capitale privato.
In Europa il nucleare torna a essere un tema di politica industriale oltre che energetica. La Francia rimane il perno del settore, ma anche il Regno Unito e diversi Paesi dell’Europa orientale stanno riaprendo il dossier per contenere la volatilità dei costi elettrici e ridurre la dipendenza dal gas importato. In questa regione il tema non è solo la generazione, ma anche la sostituzione della capacità fossile e la stabilità del sistema elettrico.
In Asia orientale, Corea del Sud e Giappone hanno un ruolo importante come mercati maturi e tecnicamente avanzati. La Corea del Sud continua a rappresentare una filiera industriale competitiva, mentre il Giappone resta un caso strategico per la normalizzazione del nucleare dopo Fukushima. Nel Medio Oriente, il nucleare civile si sta consolidando come leva di diversificazione del mix e di riduzione del rischio energetico, con implicazioni dirette per nuovi progetti e servizi correlati.
Dal lato della materia prima, il nodo uranio torna centrale. L’aumento della capacità richiede più estrazione, conversione e arricchimento, ma queste fasi sono concentrate in pochi Paesi e presentano colli di bottiglia già evidenti. Questo può sostenere i prezzi del combustibile e favorire gli operatori con esposizione a segmenti upstream e midstream della filiera.
Sul fronte industriale, le scorie e il decommissioning restano elementi di costo e di rischio regolatorio che pesano sulla redditività a lungo termine. Per questo gli SMR e i reattori di nuova generazione sono osservati con crescente interesse: promettono standardizzazione, modularità e un profilo finanziario potenzialmente più gestibile rispetto ai grandi impianti tradizionali. Tuttavia, la loro adozione dipenderà dalla capacità di dimostrare costi competitivi, tempi certi e un percorso autorizzativo replicabile.
In sintesi, il nucleare sta tornando alla ribalta non solo come risposta geopolitica, ma come segmento infrastrutturale investibile. La vera variabile non è più soltanto la domanda di energia, ma la capacità del settore di trasformare una tecnologia ad alta intensità di capitale in un mercato finanziabile, standardizzato e scalabile.



