Gli Stati parte dello Statuto di Roma hanno votato a larga maggioranza per rimuovere Karim Khan dall’incarico di procuratore della Corte Penale Internazionale, accusandolo di grave cattiva condotta e grave violazione dei doveri d’ufficio. La decisione arriva in un momento estremamente delicato per la Corte, già sotto forte pressione politica internazionale e nel mirino degli Stati Uniti, che hanno avviato una campagna ostile contro l’istituzione e sanzionato diversi suoi vertici.
Secondo Andreas Motzfeldt Kravik e Christopher “Kip” Hale (Just Security), il voto rappresenta comunque un passaggio senza precedenti sul piano della responsabilità interna: un organismo spesso accusato di essere poco controllabile ha dimostrato di poter chiamare a rispondere anche una delle sue figure più potenti. La rimozione è maturata al termine di un procedimento lungo e controverso, nato da accuse di condotta sessualmente inappropriata e segnato da lacune procedurali, assenza di meccanismi chiari per casi che coinvolgono funzionari eletti e forti squilibri tra le parti coinvolte.
Gli Autori sostengono che, nonostante le polemiche, gli Stati membri abbiano agito nel quadro dei poteri previsti dallo Statuto, assumendosi la responsabilità finale di valutare l’idoneità del procuratore a restare in carica. Viene respinta l’idea che si sia trattato di una manovra politica o geopolitica: la maggioranza trasversale ottenuta nel voto, si osserva, rende poco credibile una lettura basata su schieramenti regionali o interessi di blocco.
Gli Autori insistono anche sul fatto che la destituzione di Khan non compromette i dossier principali aperti dalla Corte, compresi quelli su Palestina e Ucraina. I mandati d’arresto, ricorda il testo, sono emessi dai giudici e non dipendono dalla permanenza di un singolo procuratore, mentre il lavoro dell’ufficio del procuratore prosegue attraverso i vice procuratori e il personale di carriera.
Sondaggi tra il personale avrebbero mostrato un forte peggioramento del clima lavorativo nell’ufficio del procuratore, con bassi livelli di fiducia, timori di ritorsioni e scarsa propensione a denunciare abusi o molestie. Per gli autori, questo dimostra la necessità urgente di creare meccanismi indipendenti, rapidi ed efficaci per affrontare accuse contro alti funzionari.
Se da un lato la Corte deve nominare rapidamente un nuovo procuratore di alta credibilità morale e professionale, dall’altro deve rafforzare le proprie procedure interne per non offrire ai suoi avversari ulteriori strumenti di delegittimazione. Proprio la capacità di giudicare anche se stessa è oggi una condizione essenziale per difendere la propria autorevolezza nella lotta contro l’impunità per i crimini piu gravi.
The Court That Removed Its Own Prosecutor
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