(Marzia Giglioli)
Circa 120 milionari inglesi hanno scritto una lettera aperta al nuovo premier britannico Andy Burnham chiedendogli di pagare più tasse e invitando il neo premier britannico a imporre una tassa del 2% sugli asset di persone che hanno un patrimonio di oltre dieci milioni di sterline.
Un gesto di grande attenzione sociale che colpisce soprattutto per il valore simbolico e per il messaggio. Ed è anche un assist al programma di Burnham che è quello di incrementare la politica volta a combattere il disagio sociale e le disuguaglianze. Il tema porta subito più lontano.
Una più equa distribuzione dei redditi rimane un nodo fondamentale per chiunque affronti seriamente la politica sociale e guardi al benessere diffuso. Ma è anche il nodo più difficile da affrontare alla luce delle nuove realtà economiche. Basti pensare all’intelligenza artificiale.
E’ arrivato il momento di tassarla? Per Marietje Schaake, già eurodeputata ed esperta di politiche digitali all’università di Stanford, i lavori guadagnati non saranno sovrapponibili a quelli persi e gli squilibri di oggi sembreranno nulla rispetto alla concentrazione di ricchezza che ci aspetta: urge pensare a un nuovo welfare.
L’avviso è chiaro: senza un intervento, il prossimo capitolo della rivoluzione tecnologica rischia ancora una volta di privatizzare i profitti, spostando i costi ed i danni sulle casse pubbliche. E’ sempre più evidente che questa transizione non sarà indolore e che ogni economia nazionale dovrà anticipare l’impatto dell’intelligenza artificiale su tutti i settori della propria economia.
Serviranno dunque tanti soldi per rafforzare le politiche pubbliche e l’ intelligenza artificiale generativa sta già innescando molte sfide sociali.
Per riequilibrare gli impatti costi-benefici dell’AI, tassare le società di intelligenza artificiale sembrerebbe l’unico “passo logico”.
Secondo il World Economic Forum, entro il 2027 l’implementazione dell’intelligenza artificiale e di altre soluzioni affini comporterà il cambiamento del 23% dei posti di lavoro, creando 69 milioni di nuovi posti ed eliminandone 83 milioni. Un saldo che andrà in qualche modo governato. I posti di lavoro che guadagneremo, infatti, non saranno sempre e perfettamente sovrapponibili a quelli resi obsoleti dall’AI.
Ma, soprattutto, l’eliminazione di tanti lavoratori contribuenti come verrà rimpiazzata? Ogni Stato dovrà pur fronteggiare questo deficit erariale e con quale elemento compensativo?
Nello stesso nomento ci si chiede: è giusto tassare il passaggio tecnologico? Qui entrano in campo anche i robot, legati a filo doppio alla fiscalità dell’automazione.
La domanda se i robot umanoidi e i sistemi di intelligenza artificiale debbano essere tassati è oggi uno dei temi più dibattuti tra economisti, giuristi e governi e non esiste ancora una risposta univoca. Spicca intanto l’idea della “robot tax” resa popolare anche da Bill Gates. La spiegazione sembra geometrica: se un robot sostituisce un lavoratore che pagava imposte e contributi, lo Stato perde una parte del gettito fiscale e previdenziale, quindi bisogna compensare con un lavoratore che lo sostituisca: ma il robot non ha personalità giuridica e, quindi, vanno trovate formule applicabili.
La tassazione tecnologica corre sul filo dei diritti e dell’innovazione e per questo è divisiva: i tempi stringono perchè è già ora di calcolare quale impatto l’IA avrà sulle pensioni, sulla sanità e sul welfare. Una tassazione specifica potrebbe riequilibrare il sistema, prima che i bilanci di uno Stato siano destabilizzati.
Qualcuno lo ha già scritto: la trasformazione digitale “non e’ un pranzo di gala”, ma si possono aggiungere altri commensali, prima che sia tardi.



