Il leader israeliano all’ONU: “Vinceremo. Non abbiamo altra scelta”

L’intervento di Benjamin Netanyahu all’Assemblea generale delle Nazioni Unite delinea una dottrina strategica fondata sulla convinzione che Israele stia combattendo non una successione di conflitti distinti, ma un’unica guerra regionale articolata su più fronti. Hamas, Hezbollah, gli Houthi, l’Iran e le milizie attive in Iraq e Siria vengono ricondotti a uno stesso sistema di minacce, al quale si aggiungono la violenza in Cisgiordania e la competizione sul terreno dell’informazione. Questa lettura consente al governo israeliano di presentare le proprie operazioni militari come componenti di una campagna difensiva complessiva, potenzialmente priva di un termine politico ravvicinato.

La centralità attribuita all’Iran segna un ulteriore spostamento del baricentro strategico. La rivendicazione degli attacchi contro le infrastrutture nucleari iraniane come scelta necessaria alla sopravvivenza nazionale trasforma la prevenzione in un principio operativo permanente. Israele afferma così di non essere disposto ad affidare la propria sicurezza né alla deterrenza tradizionale né ai soli meccanismi diplomatici internazionali. Ne deriva una postura più incline all’azione anticipatoria, con il rischio che ogni ricostituzione delle capacità iraniane venga interpretata come ragione sufficiente per nuove operazioni.

Sul piano regionale, questa impostazione mira a spezzare la continuità strategica della rete costruita da Teheran tra Iran, Levante, Mesopotamia e Mar Rosso. L’obiettivo non è soltanto indebolire singole organizzazioni armate, ma interrompere collegamenti logistici, capacità missilistiche e forme di coordinamento politico-militare. Il vantaggio per Israele consiste nel mantenere l’iniziativa e nell’impedire ai propri avversari di concentrare le risorse. Il limite risiede nella difficoltà di convertire la superiorità militare in un assetto regionale stabile: attori indeboliti possono rigenerarsi, frammentarsi o radicalizzarsi senza che emerga un ordine sostitutivo.

Gaza rimane il principale punto di vulnerabilità strategica. Il numero elevatissimo di vittime palestinesi, la distruzione materiale e la crisi umanitaria accrescono il divario tra efficacia operativa e sostenibilità politica. Anche qualora Hamas venisse ulteriormente ridimensionato, l’assenza di una prospettiva credibile per il governo e la ricostruzione della Striscia rischierebbe di produrre un vuoto destinato ad alimentare nuove forme di resistenza armata. La sicurezza israeliana potrebbe quindi migliorare nel breve periodo e deteriorarsi nel lungo, soprattutto se la popolazione palestinese percepisse l’azione militare come priva di un orizzonte diverso dalla coercizione.

La Cisgiordania costituisce un secondo fronte critico. Minimizzare la violenza dei coloni e separarla dalla politica statale può servire a contenere il costo diplomatico immediato, ma non elimina le sue conseguenze strategiche. L’espansione degli insediamenti, l’indebolimento dell’Autorità Palestinese e la crescente frammentazione territoriale riducono lo spazio per una soluzione negoziata. Ciò favorisce una trasformazione del conflitto: dalla disputa su confini e sovranità a uno scontro prolungato sui diritti, sul controllo territoriale e sulla legittimità politica.

La scena dell’Assemblea generale, segnata dall’uscita di numerose delegazioni e dall’intervento a distanza di Mahmoud Abbas dopo il diniego del visto statunitense, rende visibile l’erosione della legittimità internazionale di Israele. Il governo israeliano sembra accettare questo costo nella convinzione che la sicurezza materiale abbia priorità sul consenso diplomatico. È una scelta sostenibile finché rimangono solidi il sostegno statunitense, l’accesso agli armamenti e le relazioni con i partner occidentali. Diventa più rischiosa se l’isolamento si traduce in restrizioni militari, pressioni economiche o incrinature nel rapporto con Washington.

La definizione della disinformazione come un ulteriore fronte indica infine che la competizione per la legittimità è ormai considerata parte integrante della guerra. Israele non combatte soltanto per degradare le capacità degli avversari, ma anche per preservare libertà d’azione presso le opinioni pubbliche e i governi alleati. Tuttavia, una strategia comunicativa non può compensare indefinitamente l’impatto politico delle operazioni sul terreno. Quanto più si amplia la distanza tra la narrazione israeliana e la percezione internazionale della guerra, tanto più il confronto informativo rischia di irrigidire l’isolamento anziché attenuarlo.

Il quadro complessivo è quello di una potenza militarmente dominante ma sottoposta a crescente usura politica. Israele conserva capacità superiori, iniziativa operativa e possibilità di colpire in profondità, ma deve affrontare una rete di avversari adattiva e una crisi di legittimità che restringe progressivamente i margini diplomatici. La questione decisiva non è dunque se possa ottenere ulteriori vittorie tattiche, bensì se riesca a trasformarle in un ordine regionale meno minaccioso. In assenza di un progetto politico per Gaza, la Cisgiordania e il rapporto con l’Iran, il rischio è che la vittoria venga identificata con la prosecuzione stessa della guerra.

Fonte: UN News – Israeli leader at UN: ‘We’re going to win. We have no other choice’

The Global Eye è in partnership con SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale

 

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