Il Primo Ministro nepalese Balendra Shah è intervenuto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La catastrofe nel Nepal settentrionale segna il passaggio della crisi climatica da questione ambientale a fattore geostrategico. Le inondazioni del sistema Bhotekoshi-Trishuli, con almeno 1.400 morti, oltre 6.000 dispersi e danni stimati intorno al 10 per cento del prodotto interno lordo nepalese, mostrano come un singolo evento estremo possa compromettere simultaneamente stabilità sociale, capacità fiscale, infrastrutture e sicurezza nazionale. Per un Paese con limitati margini finanziari, una perdita di tale entità rischia di produrre effetti durevoli su debito, sviluppo e dipendenza dagli aiuti esterni.
La vulnerabilità del Nepal deriva anche dalla sua collocazione tra Cina e India. Lo scioglimento del permafrost, l’instabilità dei versanti e la crescente frequenza di frane, valanghe e piene non rispettano i confini politici. Le perturbazioni originate sull’altopiano tibetano possono attraversare il Nepal e propagarsi verso le pianure indiane, trasformando la gestione delle acque himalayane in una questione trilaterale. Sistemi di allerta, condivisione dei dati idrologici, controllo delle dighe e pianificazione delle emergenze diventano così strumenti di sicurezza regionale.
Questo scenario accresce il valore strategico dell’Himalaya. La regione concentra risorse idriche essenziali per centinaia di milioni di persone, oltre a corridoi commerciali, infrastrutture energetiche e aree di competizione territoriale. L’aumento degli eventi estremi potrebbe compromettere strade, ponti e centrali idroelettriche, interrompere gli scambi e intensificare le migrazioni interne. Nel lungo periodo, la riduzione della regolarità dei flussi fluviali potrebbe alimentare tensioni tra produzione energetica, irrigazione agricola e approvvigionamento urbano.
Per Kathmandu, la ricostruzione apre inoltre una delicata partita diplomatica. India e Cina possono offrire capitali, tecnologie, infrastrutture e assistenza d’emergenza, ma una maggiore dipendenza dall’una o dall’altra potrebbe ridurre l’autonomia strategica nepalese. Il governo dovrà quindi bilanciare gli aiuti bilaterali, il sostegno multilaterale e l’accesso ai fondi climatici, evitando che la ricostruzione diventi un nuovo terreno di competizione tra le due potenze asiatiche.
La richiesta di giustizia climatica avanzata dal Nepal mira a trasformare la vulnerabilità in leva negoziale. Il principio centrale è che i Paesi che hanno contribuito meno alle emissioni globali non possono sostenere da soli i costi delle perdite, dell’adattamento e della ricostruzione. Se i meccanismi internazionali continueranno a erogare risorse insufficienti, lente o prevalentemente sotto forma di prestiti, gli Stati fragili rischieranno di accumulare debito proprio per riparare danni di cui hanno scarsa responsabilità storica.
La crisi assume quindi il carattere di un test per l’ordine multilaterale. Una risposta efficace richiederebbe finanziamenti rapidi, sovvenzioni anziché nuovo indebitamento, assicurazioni contro le catastrofi, monitoraggio satellitare e cooperazione transfrontaliera. In assenza di questi strumenti, l’Himalaya potrebbe trasformarsi in un moltiplicatore di instabilità: disastri più distruttivi, economie nazionali indebolite, maggiore dipendenza dalle potenze vicine e competizione crescente sulle risorse idriche.
La conclusione strategica e netta: la sicurezza dell’Asia meridionale dipendera sempre piu dalla capacita di governare collettivamente il rischio climatico himalayano. La catastrofe nepalese non costituisce soltanto un’emergenza nazionale, ma un’anticipazione delle pressioni che investiranno l’intero arco montano e i grandi bacini fluviali asiatici. Chi finanziera l’adattamento, controllerà i dati e guidera la ricostruzione acquisira anche influenza politica in una delle aree più sensibili del continente.
Fonte: UN News – Nepal PM urges climate justice after ‘Himalayan tsunami’ devastates country
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