Clienti, non elettori

(Girolamo Boffa)

Chi sono davvero i voti di Trump, perché i democratici non riusciranno ad intercettarli, e perché questo sposta tutta la partita dentro il GOP.

C’è una storia che circola tra i maestri spirituali dell’Asia centrale: due innamorati si sussurrano; la distanza tra le loro bocche e le loro orecchie è minima, quasi nulla. Due che non si amano più, invece, si urlano addosso: eppure sono seduti allo stesso tavolo, a pochi centimetri l’uno dall’altro. La rabbia, spiega il santone, non nasce dalla lontananza, ma dalla lontananza dei cuori, dalla vicinanza senza ascolto.

Tenete a mente questa immagine, serve a capire qualcosa che le analisi elettorali raramente spiegano: perché milioni di americani urlano.

Non urlano perché siano diventati improvvisamente più arrabbiati o più radicali. Urlano perché per anni hanno parlato, poi chiesto, poi alzato la voce — e nessuno si è girato. La rabbia del popolo MAGA non è una patologia politica, è la risposta fisiologica a un ascolto che è venuto meno.

I luoghi che non ci sono più

Per decenni quella rabbia aveva un posto dove andare: un sindacato, una sezione di partito, una chiesa di quartiere, i circoli civici. Luoghi fisici ed organizzativi in cui le istanze individuali venivano raccolte, confrontate, aggregate e trasformate in domanda politica collettiva. Non era un sistema perfetto; era rumoroso, lento, spesso corrotto, ma aveva una funzione precisa: trasformare l’ “io ho bisogno” in “noi vogliamo”.

Quella trasformazione è saltata.

I sindacati si sono svuotati con la deindustrializzazione, i partiti di massa si sono trasformati in macchine elettorali lontane dalla base, più impegnate a raccogliere fondi che ad ascoltare iscritti, le associazioni civiche si sono dissolte, le chiese — almeno quelle tradizionali — hanno perso presa su intere generazioni. Al loro posto sono arrivati i social media, i canali YouTube, i gruppi Telegram: strumenti potentissimi di comunicazione, ma fondati su una logica opposta a quella dei corpi intermedi. Non il confronto allargato, non la mediazione collettiva, ma il rapporto diretto tra il singolo e il vertice.

Uno ad uno. Io e il mio Leader. Io e il mio idolo.

La domanda politica non è scomparsa: si è atomizzata.

Da rappresentanza a patronato

Ai MAGA non importa che Trump affermi ciclicamente tutto ed il contrario di tutto. L’importante è che li imiti, che rispecchi la loro rabbia, che urli contro tutto quello che passa — anche se ognuno, poi, urla per un motivo diverso e tutto suo. Non vogliono ascoltarlo, vogliono essere ascoltati da lui.

C’è un modello storico che illumina questo rapporto meglio di qualsiasi categoria sociologica contemporanea: il patronato romano.

Nella Roma repubblicana, il cliente non eleggeva il proprio rappresentante, sceglieva il proprio patrono. Non portava istanze collettive: portava bisogni individuali; in cambio offriva fedeltà, non consenso. Il patrono non doveva convincere — doveva proteggere ed i clienti erano fedeli finché il patrono era potente, non per convinzione ideologica.

Quello che sta accadendo nell’America di Trump non è così diverso: la “coalizione” MAGA non è un movimento politico nel senso classico del termine, è una rete di clientele individuali che convergono verso un unico patrono. Milioni di persone che non si sono mai incontrate in una sezione di partito, non hanno mai mediato le loro istanze attraverso un sindacato, non hanno mai elaborato una piattaforma comune, si sono ritrovate tutte a guardare lo stesso uomo e a chiedergli, ciascuna, di risolvere il proprio problema.

Non si chiede più al partito di rappresentare gli interessi di una categoria, ma si chiede al leader di ascoltare il singolo: questa è la differenza tra democrazia rappresentativa e patronato. Ed è la differenza che separa il trumpismo da qualsiasi movimento politico precedente nella storia americana.

I clienti sono fedeli, ma la fedeltà è dei cani: segue chi nutre, non chi ha ragione.

La lealtà — quella verso un principio, un’idea, un progetto collettivo — è un’altra cosa.

E nella coalizione MAGA c’è molta fedeltà e nessuna lealtà.

Chi sono, davvero

La narrativa più diffusa descrive il voto MAGA come voto bianco, rurale, poco istruito; è una descrizione parziale che ha il difetto di tutte le semplificazioni: coglie una tendenza reale e ne oscura la complessità.

Vale la pena dirlo chiaramente: la stragrande maggioranza di chi vota MAGA non è stupida né ignorante. È disperata. E la disperazione, a differenza della stupidità, ha sempre una causa precisa.

La coalizione che ha portato Trump alla Casa Bianca è più eterogenea di quanto sembri: c’è la classe operaia post-industriale della Rust Belt — Ohio, Pennsylvania, Michigan — che ha visto scomparire le fabbriche, i sindacati e con essi l’unica struttura che traduceva la sua voce in potere politico; c’è la classe media rurale che non si riconosce nei valori culturali delle metropoli costiere e percepisce ogni riforma progressista come un attacco alla propria identità; c’è il voto evangelico, fedele a una visione del mondo in cui la politica è estensione della fede e il leader deve incarnare — o almeno proteggere — quei valori.

Ma c’è anche qualcosa di più sorprendente: una componente giovane, urbana, tecnologicamente sofisticata — la cosiddetta tech-right — che arriva al trumpismo per una traiettoria completamente diversa: non la nostalgia industriale, non i valori religiosi, ma la diffidenza verso le istituzioni, il rifiuto del politically correct, una visione libertaria che trova nel caos trumpiano una forma distorta di libertà.

E infine c’è il segmento forse più rivelatore di tutti: quel terzo degli americani che nei sondaggi risponde “nessuno dei due” quando gli si chiede chi sia più capace di governare il paese. Non trumpiani convinti, non democratici delusi, semplicemente persone che non si riconoscono in nessuna delle offerte disponibili e che, nel momento del voto, scelgono il meno peggio o non scelgono affatto.

Questi non sono un elettorato, sono un sintomo.

Perché i democratici non possono farcela

La tentazione, per il Partito Democratico, è quella di leggere tutto questo come un problema di comunicazione: messaggi sbagliati, candidati inadeguati, strategie di campagna inefficaci – “Se solo riuscissimo a parlare meglio a quegli elettori, potremmo riprenderli” – così ragiona il mainstream democratico.

È un errore di diagnosi.

Il problema non è il messaggio, ma che nessuno ha ancora capito che in quella parte d’America non c’è bisogno di parlare meglio.

C’è bisogno di smettere di parlare e cominciare ad ascoltare.

Il Partito Democratico è strutturalmente incapace di fare questa cosa, non per cattiva volontà, ma per architettura politica: è un partito di coalizioni, di gruppi di interesse, di categorie organizzate. Ragiona per collettivi — i lavoratori, le donne, le minoranze — in un momento in cui la domanda politica si è atomizzata in milioni di richieste individuali. È come cercare di rispondere a una rete di clientele con un programma di governo: le due logiche non comunicano.

Non è debolezza tattica. È irrilevanza strutturale.

La partita che si gioca altrove

Se i democratici non possono intercettare quella domanda, la domanda resterà dentro il campo conservatore e dentro quel campo è già aperta una guerra: non ha ancora un nome, ma ha già i suoi protagonisti.

Chi erediterà la rete di clientele costruita da Trump? Chi sarà il nuovo patrono di quei milioni di fedeltà individuali? E soprattutto: è possibile ereditare una coalizione che non è mai stata davvero un movimento?

Ma questa è un’altra storia.

Trump non ha creato il vuoto. Lo ha trovato. E lo ha riempito con la sola cosa che quella domanda atomizzata cercava: una presenza. Non un programma, non un’ideologia, non una visione del futuro. Una presenza che dice: io ti sento.

Il problema è che le presenze non si ereditano. Si sostituiscono.

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