(Marco Emanuele)
“Senso storico’, secondo noi, è il talento di maturare visioni nell’oltre che già ci percorre. Inevitabilmente planetarie, le visioni si incarnano in ogni contesto (territoriale, nazionale, regionale) e sono aperte, pur differenti (talvolta divergenti) l’una dall’altra, integrabili in una visione geostrategica del mondo che diventa.
Ebbene, dentro la guerra mondiale a pezzi, non si intravvede senso storico. Nessuna visione. D’altronde, il caos per il caos chiede resa della ragione per lasciare spazio agl’istinti primordiali, banalmente violenti, della giungla.
Il primo problema che notiamo, dal quale sembrano derivare tutti gli altri, è la nostra inadeguatezza culturale che passa dall’utilizzo di paradigmi consumati e adatti a un mondo che non c’è più. Sembra vincere la linearità, e così è nella fase del crollo degli imperi sovrani (almeno di alcuni): evidente impotenza praticata via guerra ‘onlife’. L’escalation, in questo contesto, è la scelta più facile: nessuna fatica intellettuale, escalation è garanzia di nuovi profitti all’economia di guerra.
Questa riflessione non è un inno antagonista contro la guerra, atto che pure non condividiamo in linea di principio: qui guardiamo al realismo possibile, sottolineando che l’assenza di visione, escalation lineare, fa guadagnare alcuni e arricchire l’ego di altri ma impatta direttamente, e tragicamente, sulla sostenibilità sistemica del mondo e dei mondi. Oltre, naturalmente, a sacrificare ancora e ancora popoli inermi: non c’è solo la morte fisica provocata ma anche l’inquinamento dei pozzi, pericolosamente rischioso e la cui depurazione chiederà decenni.
In sostanza, molte classi dirigenti tradiscono la complessità del reale attraverso l’esercizio di un pensiero esasperatamente lineare. Nel caos per il caos, non accettiamo la resa della ragione: ma ciò che vive sotto le ceneri di ciò che vediamo, il bene comune planetario, va costruito insieme.
(English Version)
‘Historical sense’, in our view, is the ability to develop visions of the future that are already unfolding around us. Inevitably global in scope, these visions take shape in every context (territorial, national, regional) and, whilst differing (and sometimes diverging) from one another, can be integrated into a geostrategic vision of the world as it is becoming.
Well, within this fragmented world war, no sense of history is discernible. No vision. Moreover, chaos for chaos’ sake demands the surrender of reason to make way for the primordial, banally violent instincts of the jungle.
The first problem we observe, from which all the others seem to stem, is our cultural inadequacy, which stems from the use of worn-out paradigms suited to a world that no longer exists. Linearity seems to prevail, and so it is in the phase of the collapse of sovereign empires (at least some of them): evident impotence practised through ‘onlife’ warfare. Escalation, in this context, is the easiest choice: no intellectual effort required; escalation guarantees new profits for the war economy.
This reflection is not an antagonistic ode against war, an act which we do not endorse in principle: here we are looking at what is realistically possible, emphasising that the absence of vision, linear escalation, benefits some and enriches the egos of others but has a direct, and tragic, impact on the systemic sustainability of the world and of worlds. Beyond, of course, sacrificing defenceless peoples time and again: there is not only the physical death caused but also the contamination of wells, a dangerously risky situation whose remediation will take decades.
In essence, many ruling classes betray the complexity of reality through the exercise of an excessively linear way of thinking. In chaos for chaos’ sake, we do not accept the surrender of reason: but what lives beneath the ashes of what we see—the planetary common good—must be built together.



