La crescente atomizzazione del disumano / The growing atomization of the inhuman

(Marco Emanuele e Marzia Giglioli) 

L’episodio di violenza accaduto ieri negli USA (in tragica continuità nella storia americana), presente il Presidente Trump, dovrebbe renderci ancora più consapevoli del fatto che siamo imprigionati in un circolo di violenza banale e, per questo, ancora più pericolosa.

Comunque sia andata, ciò che è successo ci dice, ancora una volta, che il limite è stato superato. Il clima di odio che ci attraversa non fa sconti ma si lega direttamente al decadimento di un dibattito pubblico da legge della giungla. Siamo de-generanti, nel senso che generiamo male banale. E il tutto avviene, rischio nel rischio, in una sorta di atomizzazione del disumano, violenza imprevedibile, incontrollabile, fuori da ogni analisi lineare: vera discontinuità.

Occorre dirlo con chiarezza: la violenza non può mai essere la risposta a un disagio, ai problemi sociali, financo alla guerra. Perché la violenza è sempre rinuncia alla politica, alla responsabilità. Altrettanto, va detto che la volgarità nel linguaggio, il voler portare indietro le lancette della storia, contribuisce a inquinare i pozzi, a rafforzare ogni forma di escalation: è violenza.

Urge unirsi per restituire dignità al pensiero, per porre argini all’esondazione degli istinti primordiali, comunque, ovunque e da parte di chiunque si manifestino. Siamo nel pieno di un tempo solo contrappositivo, di odio considerato necessario (arma tattica), di guerra per la guerra combattuta non solo nei teatri operativi.

Se non esiste una soluzione, certamente necessitiamo di percorsi virtuosi. Anche le parole non bastano: l’unica nostra prospettiva è nella re-istituzione del dialogo nella complessità che diventiamo.

(English Version) 

The episode of violence that took place yesterday in the US (a tragic continuation of American history), in the presence of President Trump, should make us even more aware that we are trapped in a cycle of banal violence which, precisely because it is banal, is all the more dangerous.

Whatever the circumstances, what has happened tells us, once again, that the limit has been crossed. The climate of hatred that pervades us makes no concessions but is directly linked to the decay of public debate into a law of the jungle. We are de-generating, in the sense that we generate banal evil. And all this takes place, risk upon risk, in a sort of atomisation of the inhuman, unpredictable, uncontrollable violence, beyond any linear analysis: true discontinuity.

It must be stated clearly: violence can never be the answer to hardship, to social problems, or even to war. Because violence is always a renunciation of politics, of responsibility. Equally, it must be said that vulgarity in language, the desire to turn back the hands of history, contributes to poisoning the well, to reinforcing every form of escalation: it is violence.

We urgently need to unite to restore dignity to thought, to stem the flood of primal instincts, however, wherever and by whomever they manifest. We are in the midst of an era defined solely by opposition, of hatred deemed necessary (a tactical weapon), of war for war’s sake waged not only in theatres of operation.

If there is no solution, we certainly need virtuous paths. Words alone are not enough: our only prospect lies in re-establishing dialogue within the complexity that we are becoming.

 

 

 

 

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