(Marco Emanuele)
Se non è dato sapere quanto durerà l’ennesima guerra in Medio Oriente, e quanto si allargherà, ciò che sappiamo è che le conseguenze – osservabili e possibili – sono già tra noi.
Se tutti, almeno coloro che scelgono di vivere e di condividere libera un approccio liberale alla vita e alle relazioni internazionali (ciò che potremmo chiamare civiltà di rapporti, pur nelle differenze), condanniamo i regimi autocratici, Iran in testa, altrettanto non dovremmo essere ipocriti. Perché il mondo è pieno di autocrazie e di democrazie in forte o fortissima crisi de-generativa.
L’Iran è diverso, è una civiltà. Applicare linearmente il metodo Venezuela, con relazioni riaperte con Washington a seguito di ‘doverosa’ ri-colonizzazione, è scelta a dir poco non meditata. Eppure, ancora una volta, si sentono voci in tal senso. Altresì, passare sul corpo della Repubblica Islamica per costruire strategie di ‘grandeur’ medio-orientale in nome di dettato divino, ancora sovrappone religione e politica: errore da matita rossa, la storia non insegna.
Il quadro è parecchio sconfortante perché, al di là delle conseguenze della guerra osservabili soprattutto rispetto alla dignità oltraggiata di tutti i popoli coinvolti e dal punto di vista economico e dei commerci globali, vi sono effetti possibili derivanti dall’inquinamento profondo dei terreni della storia.
Inquinamento che, prima di tutto, continua a trasformare il nostro linguaggio, sempre più contrappositivo, radicalizzante, disinformante e violento. Nella condizione ‘onlife’, medium una rivoluzione tecnologica inarrestabile e sempre più pervasiva, il male banale corre più veloce delle buone intenzioni: non foss’altro che il primo è organizzato mentre le seconde restano ‘wishful thinking’ nella profonda sensibilità di ciascuno. Il soldato-algoritmo non è certo progettato, nella trasformazione-transizione che viviamo, per costruire e rafforzare relazioni di pace. Inquinamento che analizzeremo, andando ancora più a fondo.
Per quanto ovvio, sarebbe utile non cadere nell’auto-inganno che vorrebbe guerra ‘liberante’ (tra virgolette molto dubbiose …) generatrice di libertà sostanziale, di giustizia, di sicurezza, di pace. Bisognerebbe spiegare ai ‘leader’ (stessa sorte dubbiosa …) che strategie, e ne abbiamo in eccesso, non fanno rima con visioni, tragicamente carenti.
(English Version)
While it is impossible to know how long the latest war in the Middle East will last, or how far it will spread, what we do know is that the consequences – both observable and potential – are already upon us.
If all of us, at least those who choose to live and share a liberal approach to life and international relations (what we might call a civilisation of relationships, despite our differences), condemn autocratic regimes, Iran foremost among them, we should not be hypocritical. Because the world is full of autocracies and democracies in serious or very serious de-generative crisis.
Iran is different; it is a civilisation. Applying the Venezuela method in a linear fashion, with relations reopened with Washington following “necessary” re-colonisation, is a choice that is ill-considered, to say the least. Yet, once again, voices are being heard in this regard. Furthermore, trampling on the Islamic Republic to build strategies of Middle Eastern “grandeur” in the name of divine dictates still superimposes religion and politics: a red-pen mistake, history does not teach.
The landscape is quite discouraging because, beyond the consequences of war, which are particularly evident in terms of the violated dignity of all the peoples involved and from an economic and global trade perspective, there are possible effects deriving from the deep pollution of the soil of history.
Pollution that, first and foremost, continues to transform our language, making it increasingly confrontational, radicalising, misinforming and violent. In the “onlife” condition, the medium of an unstoppable and increasingly pervasive technological revolution, banal evil runs faster than good intentions: if only because the former is organised while the latter remain “wishful thinking” in the deep sensibility of each individual. The soldier-algorithm is certainly not designed, in the transformation-transition we are experiencing, to build and strengthen peaceful relations. Pollution that we will analyse in even greater depth.
However obvious it may be, it would be useful not to fall into the self-deception that would have us believe that “liberating” war (in very dubious quotation marks…) generates substantial freedom, justice, security and peace. We should explain to “leaders” (the same dubious fate…) that strategies, of which we have an excess, do not rhyme with visions, which are tragically lacking.



