Il Mar Rosso sta assumendo una funzione sempre più simile a quella dello Stretto di Hormuz: non soltanto una via di transito commerciale, ma una leva di coercizione strategica attraverso la quale attori regionali possono trasferire sul sistema economico mondiale i costi di un conflitto circoscritto. La minaccia degli Houthi di imporre un blocco navale all’Arabia Saudita amplia il confronto tra Stati Uniti e Iran e apre un secondo fronte marittimo, collocato all’estremità meridionale di una rotta che congiunge l’Oceano Indiano al Mediterraneo attraverso Bab el-Mandeb e il Canale di Suez.
Il peso strategico di questo spazio deriva dalla concentrazione dei traffici in pochi passaggi obbligati. Ogni anno transita nel Mar Rosso circa il 12-15 per cento del commercio marittimo mondiale, per un valore superiore a mille miliardi di dollari. La rotta sostiene inoltre una quota significativa del commercio containerizzato e dei flussi energetici tra Medio Oriente, Europa e Nord America. Il suo valore non dipende quindi soltanto dalla quantità di petrolio che attraversa Bab el-Mandeb, inferiore a quella di Hormuz, ma dalla scarsità di itinerari alternativi rapidi ed economicamente sostenibili.
Un’interruzione prolungata non richiederebbe necessariamente la chiusura fisica dello stretto. Sarebbe sufficiente rendere la navigazione abbastanza rischiosa da indurre armatori e assicuratori a considerarla non più conveniente. Attacchi intermittenti, minacce credibili, sequestri o identificazioni selettive delle navi possono aumentare i premi assicurativi, ridurre la disponibilità degli equipaggi e spingere le compagnie verso la circumnavigazione dell’Africa. Il risultato sarebbe un allungamento dei tempi di consegna, un maggiore consumo di carburante, una minore disponibilità effettiva delle flotte e un aumento generalizzato dei costi logistici.
La comparazione con Hormuz è utile, ma non va intesa in termini puramente quantitativi. Hormuz rimane il passaggio decisivo per l’esportazione degli idrocarburi del Golfo, mentre Bab el-Mandeb costituisce il cardine meridionale del sistema Suez-Mar Rosso. I due stretti svolgono funzioni differenti ma complementari. Una crisi simultanea ridurrebbe drasticamente le opzioni disponibili per il trasporto di petrolio e gas naturale liquefatto, trasformando la vulnerabilità regionale in una pressione sistemica sui prezzi dell’energia, sulle catene di approvvigionamento e sulle aspettative dei mercati.
La capacità degli Houthi di minacciare Bab el-Mandeb attribuisce all’Iran una forma di profondità strategica indiretta. Teheran può esercitare pressione su avversari regionali e potenze occidentali senza impiegare apertamente le proprie forze. Il rapporto non deve essere interpretato come un controllo meccanico e assoluto: gli Houthi dispongono di interessi, strutture decisionali e obiettivi propri. Tuttavia, la convergenza strategica consente all’Iran di ampliare il teatro del confronto e di aumentare il costo della deterrenza avversaria.
Per gli Houthi, il controllo della costa yemenita offre un vantaggio asimmetrico. Missili, droni e mezzi navali relativamente poco costosi possono obbligare coalizioni tecnologicamente superiori a sostenere spese elevate per la sorveglianza, l’intercettazione e la protezione del traffico commerciale. Questa sproporzione economica è centrale: anche quando gli attacchi vengono neutralizzati, il loro effetto politico e commerciale può sopravvivere attraverso l’incertezza. La sicurezza delle rotte non dipende soltanto dalla percentuale di bersagli colpiti, ma dalla fiducia degli operatori nella continuità del passaggio.
L’Arabia Saudita è esposta sia come potenza regionale sia come esportatore energetico. Un blocco rivolto contro i suoi porti e le sue navi metterebbe sotto pressione la strategia con cui Riyadh tenta di diversificare le vie di esportazione e ridurre la dipendenza da Hormuz. La minaccia costringerebbe inoltre il regno a bilanciare tre esigenze difficilmente conciliabili: proteggere i propri interessi, evitare una nuova escalation nello Yemen e non apparire vulnerabile alla coercizione di un attore non statale.
Gli Stati Uniti e i loro partner si trovano davanti a un problema analogo. Un dispositivo navale può proteggere parte del traffico e ridurre l’efficacia degli attacchi, ma non elimina le cause politiche della crisi. Operazioni offensive contro infrastrutture Houthi possono degradarne temporaneamente le capacità, ma rischiano di ampliare il conflitto, accrescere il coinvolgimento iraniano e rafforzare la legittimità interna del movimento. La sola superiorità militare non garantisce quindi il ripristino di una navigazione percepita come sicura.
Le conseguenze economiche sarebbero distribuite in modo diseguale. L’Europa risulterebbe particolarmente vulnerabile per la sua dipendenza dalla rotta di Suez nei collegamenti con l’Asia e nelle forniture energetiche. I produttori del Golfo subirebbero la contrazione delle opzioni di esportazione. L’Egitto potrebbe perdere ulteriori entrate generate dal transito nel canale, aggravando una situazione finanziaria già fragile. Le economie asiatiche, pur potendo accedere a rotte orientali, risentirebbero dell’aumento dei noli, dei costi energetici e dell’instabilità delle consegne.
La trasformazione del Mar Rosso in uno spazio di conflitto permanente avrebbe anche effetti sulla geografia della globalizzazione. Imprese e governi sarebbero incentivati a diversificare fornitori, scorte e itinerari, privilegiando la resilienza rispetto all’efficienza. Potrebbero acquistare maggiore importanza gli oleodotti terrestri, le infrastrutture ferroviarie alternative, i porti esterni ai passaggi più esposti e le strategie di rilocalizzazione produttiva. Si tratterebbe, tuttavia, di adattamenti costosi e lenti, incapaci di sostituire rapidamente la capacità del corridoio Suez-Mar Rosso.
Il rischio più rilevante è dunque la formazione di una crisi a doppio stretto. Se Hormuz e Bab el-Mandeb fossero sottoposti contemporaneamente a una pressione sostenuta, la libertà di navigazione cesserebbe di essere un problema locale e diventerebbe il principale moltiplicatore economico del confronto regionale. Anche senza una chiusura totale, l’effetto combinato di ritardi, rialzi assicurativi, deviazioni delle rotte e oscillazioni energetiche potrebbe produrre inflazione importata, rallentamento industriale e crescente instabilità finanziaria.
In prospettiva, la difesa del Mar Rosso richiede una strategia che integri deterrenza militare, protezione della navigazione e iniziativa diplomatica. L’obiettivo non può limitarsi a intercettare missili e droni, ma deve ridurre l’utilità politica della minaccia marittima, contenere l’escalation tra Iran e Stati Uniti e affrontare la dimensione yemenita del conflitto. Finché questi livelli resteranno separati, Bab el-Mandeb continuerà a offrire agli attori regionali un mezzo relativamente economico per imporre costi globali.
Il Mar Rosso non è ancora necessariamente un secondo Hormuz, ma ne sta acquisendo la stessa qualità strategica: quella di un punto geografico ristretto in cui si incontrano potere militare, sicurezza energetica e interdipendenza economica. La sua vulnerabilità dimostra che l’economia mondiale dipende non soltanto dalla disponibilità delle merci, ma dalla stabilità politica delle rotte che le rendono accessibili.
Fonte: Council on Foreign Relations – The Global Eye è in partnership con SIOI



