La guerra con l’Iran ha prodotto negli Stati Uniti effetti immediati, dall’aumento dei prezzi della benzina oltre i 4 dollari al gallone alla crescita dei tassi sui mutui e dei costi di trasporto. Tuttavia, le conseguenze più importanti potrebbero essere strutturali: il conflitto sta modificando il controllo delle rotte energetiche, il peso della Cina, la distribuzione mondiale della produzione e gli equilibri interni all’OPEC.
Il cambiamento più rilevante riguarda lo Stretto di Hormuz, attraversato prima della guerra da circa un quinto del petrolio mondiale. Dopo gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, Teheran ha prima cercato di chiudere il passaggio, sottraendo al mercato globale circa 13 milioni di barili al giorno, e poi ha adottato una strategia di controllo selettivo. La nuova autorità iraniana per lo stretto impone alle navi di registrarsi, seguire rotte autorizzate e, almeno in una prima fase, pagare un pedaggio.
Gli Stati Uniti hanno risposto organizzando attraversamenti notturni scortati per proteggere le esportazioni del Golfo dagli attacchi con droni. L’operazione ha permesso di aumentare i flussi, ma ha anche dimostrato che l’Iran ha trasformato la chiusura di Hormuz da rischio teorico a strumento concreto di coercizione economica. Un futuro accordo potrebbe riconoscere a Teheran la possibilità di riscuotere tariffe per servizi di sicurezza e navigazione, aggiungendo un costo permanente al prezzo del greggio e creando un precedente per altre vie marittime strategiche.
La crisi ha inoltre consolidato la Cina come potenza determinante del mercato petrolifero, non in quanto produttore, ma grazie alla capacità di modulare rapidamente la domanda. Pechino ha utilizzato le riserve accumulate prima della guerra, riducendo le importazioni di circa 5 milioni di barili al giorno, e ha sostituito parte della generazione elettrica basata su petrolio e gas con il carbone. Parallelamente, la diffusione dei veicoli elettrici ha contribuito a ridurre ulteriormente i consumi.
La contrazione della domanda è stata superiore alle aspettative: su 1,9 miliardi di barili mediorientali venuti meno durante il conflitto, circa 800 milioni sarebbero stati compensati da minori consumi. Se almeno una parte di questo adattamento diventasse permanente, la guerra potrebbe accelerare il raggiungimento del picco della domanda petrolifera globale, con implicazioni profonde per i Paesi esportatori.
Anche l’offerta energetica si è diversificata. Brasile, Guyana, Canada, Norvegia e Stati Uniti hanno incrementato rapidamente la produzione, riducendo la centralità del Medio Oriente. Il Brasile ha aggiunto circa 800.000 barili al giorno, mentre la produzione statunitense è cresciuta di 900.000 barili rispetto all’anno precedente. Una parte di questi aumenti potrebbe sopravvivere alla riapertura completa di Hormuz, consolidando nuove geografie dell’approvvigionamento.
I produttori mediorientali stanno intanto cercando rotte alternative. L’Arabia Saudita ha potenziato il trasporto verso il Mar Rosso e portato al massimo utilizzo l’oleodotto East-West; l’Iraq valuta un collegamento con il Mediterraneo. Queste infrastrutture mirano a ridurre la vulnerabilità nei confronti dello stretto, ma richiedono investimenti elevati e tempi lunghi.
La crisi investe infine la tenuta dell’OPEC. L’uscita degli Emirati Arabi Uniti e i dubbi dell’Iraq sulla permanenza nell’organizzazione mettono in discussione la capacità saudita di disciplinare l’offerta. Se Baghdad e altri produttori ottenessero quote più elevate, il mercato potrebbe passare dalla scarsità a un eccesso strutturale di greggio: uno scenario favorevole ai consumatori, ma potenzialmente destabilizzante per le economie dipendenti dalle rendite petrolifere.
Nel complesso, la guerra ha accelerato tre tendenze: la trasformazione delle rotte energetiche in strumenti di pressione geopolitica, la crescente flessibilità della domanda asiatica e la decentralizzazione della produzione mondiale. Anche un cessate il fuoco potrebbe quindi ridurre i prezzi senza ripristinare il precedente equilibrio: l’Iran uscirebbe con maggiore influenza su Hormuz, la Cina con un ruolo più forte nella determinazione della domanda e l’OPEC con una capacità di controllo più debole.
Fonte: CNN – Autore: David Goldman
M.E.
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