(Marco Emanuele)
Camminiamo nel presente storico, cercando di maturare intelligenza visionaria, domandandoci chi diventiamo (presa d’atto della questione antropologica che ci riguarda).
Il cammino è il nostro metodo complesso. Trasformazione nella discontinuità, la situazione planetaria ci impone proattività e talento di profondità e radicalità. Linearità, causalità, semplificazione e separazione appartengono a un approccio del tutto inadeguato. Dobbiamo scegliere se essere soggetti di storia (agenti umano-planetari) o soggetti alla storia (vittime) che alcuni di noi (una netta minoranza, i colonizzatori/dominatori) tentano di imporre alla grande maggioranza.
La questione antropologica, dentro la policrisi che attraversa il mondo, non può che essere compresa e affrontata attraverso l’intelligenza visionaria, allargamento del nostro spettro di attenzione, antidoto in noi all’ ‘intelligenza’ algoritmica. La legge della giungla è l’apice del meccanicismo lineare, riduzione dell’uomo ai propri istinti immediati, alla violenza irragionevole. Certo è che la giungla ha un innegabile vantaggio: è immediata, non ha bisogno di spiegazione, divide il mondo tra bianco e nero, amici e nemici, non chiede partecipazione ma soltanto adesione senza pensiero, evitando sguardi laterali.
La proattività del metodo sta, anzitutto, nel vivere le complessità che incontriamo nel nostro cammino, laddove tutto si trasforma.
L’esempio della guerra può essere utile per sottolineare ciò che non vediamo. Noi umani rischiamo di non cogliere più il disumano perché esso assume altre forme, si insinua, lavora dentro, ci erode progressivamente.
Le macerie della guerra, ciò che colpisce il nostro immaginario prima di ogni altra cosa, non sono più le stesse di un tempo: ibrida e cognitiva, la guerra di oggi genera macerie spesso irriconoscibili al nostro sguardo lineare. Le generazioni che ci hanno preceduto, dopo la guerra mondiale, potevano sentire il bisogno (non solo materiale) di ricostruzione perché camminavano nelle città distrutte, tra i ricordi cancellati, nell’assenza di vita. Oggi, pur persistendo la distruzione materiale in molte parti del mondo, la guerra si è allargata ad altri domini, dallo spazio al profondo dei mari, passando dentro di noi, nelle nostre menti e coscienze. I morti in battaglia sono distanti da noi e la guerra diventa altra cosa, via rivoluzione tecnologica: sorveglianza, condizionamento disinformante, attacchi cyber.
La proattività è ri-appropriazione del nostro senso e del nostro significato: generatività di noi nel presente storico. È camminando nella condizione umana che possiamo capire l’urgenza di andare oltre l’immanenza: i futuri possibili sono già qui, nel profondo del nostro vivere quotidiano.
(English version)
We walk in the historical present, seeking to cultivate visionary intelligence, asking ourselves who we are becoming — acknowledging the anthropological question that concerns us all.
The journey is our complex method. Transformation within discontinuity: the planetary situation demands of us proactivity and a talent for depth and radicality. Linearity, causality, simplification, and separation belong to an approach that is wholly inadequate. We must choose whether to be subjects of history — human-planetary agents — or subjects to history, victims of what a minority of us (colonizers, dominators) attempt to impose on the vast majority.
The anthropological question, within the polycrisis traversing the world, can only be understood and confronted through visionary intelligence — a widening of our spectrum of attention, the antidote within us to algorithmic “intelligence.” The law of the jungle is the apex of linear mechanism, a reduction of the human being to immediate instincts and unreasoning violence. And yet the jungle holds an undeniable advantage: it is immediate, it requires no explanation, it divides the world into black and white, friends and enemies; it asks not for participation but only for thoughtless compliance, avoiding sideways glances.
The proactivity of the method lies, first and foremost, in living the complexities we encounter along our path — where everything is in transformation.
The example of war can be useful for illuminating what we fail to see. We humans risk losing the ability to recognize the inhuman, because it takes on other forms — it insinuates itself, works from within, progressively eroding us.
The rubble of war, the thing that strikes our imagination before anything else, is no longer what it once was. Hybrid and cognitive, today’s war generates ruins that are often unrecognizable to our linear gaze. The generations that preceded us, in the aftermath of world war, could feel the need — not merely material — for reconstruction, because they walked through destroyed cities, amid erased memories, in the absence of life. Today, while material destruction persists in many parts of the world, war has expanded into other domains: from outer space to the ocean depths, passing through us, through our minds and consciences. The battlefield dead are distant from us, and war becomes something else entirely through technological revolution: surveillance, disinforming manipulation, cyberattacks.
Proactivity is the re-appropriation of our sense and our meaning: a generativity of ourselves within the historical present. It is by walking through the human condition that we can grasp the urgency of going beyond immanence: possible futures are already here, in the depths of our daily living.
La questione antropologica / The anthropological question
Intelligenza visionaria e metodo / Visionary intelligence and method



