(Girolamo Boffa)
I clienti originari del trumpismo: fedeli o traditi?
Ad Amana, Iowa, la Whirlpool impiegava tremila persone.
Oggi ne impiega milletrecento: i posti mancanti non sono stati portati via dalla crisi del 2008, né dalla pandemia, né dall’automazione; sono stati soltanto trasferiti in Messico, dove Whirlpool ha investito oltre un miliardo di dollari in infrastrutture produttive negli ultimi vent’anni.
Amana ha poco meno di mille abitanti, la fabbrica è ancora il centro di gravità della comunità — anche dimezzata, anche svuotata. E quella comunità ha votato Trump, quel Donald Trump che prometteva che le fabbriche sarebbero tornate “a ruggire”.
Questa non è una storia di ingenuità o di falsa coscienza, è una storia di domanda politica senza risposta alternativa; per capirla bisogna smettere di guardare chi vota e cominciare a capire perché.
Chi sono davvero
La narrativa corrente dipinge la classe operaia trumpiana come un blocco omogeneo: bianca, rurale, poco istruita, nostalgica.
È una descrizione che coglie una tendenza reale ma ne oscura la complessità.
La realtà è più sfumata: gli americani occupati nel settore manifatturiero all’inizio del 2026 sono circa 12,6 milioni — l’8% della forza lavoro, in calo dal 38% del secondo dopoguerra. Il 63% è bianco non-ispanico, il 18% è ispanico e il 10% è nero — una composizione etnica che le analisi sul voto operaio tendono a trascurare.
A questi si aggiungono i lavoratori della logistica, dei trasporti, dell’estrazione, della piccola manifattura: categorie che condividono lo stesso posizionamento strutturale nell’economia, la stessa esposizione alla deindustrializzazione, la stessa percezione di essere stati lasciati indietro.
Ciò che li unisce non è la razza o la geografia: è la posizione nel sistema economico. Sono i lavoratori che l’economia cognitiva ha marginalizzato: lavorano con le mani in un’economia che premia chi lavora con la testa.
Ed abitano territori che il sistema elettorale sovrarappresenta ma che il mercato globale ha abbandonato.
Sono concentrati in Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin — i quattro stati della Rust Belt che determinano la presidenza più di quasi qualsiasi altra combinazione di stati, ma esistono anche in Iowa, in Indiana, nel Missouri, nei piccoli centri manifatturieri del Sud.
La loro forza elettorale non è nei numeri assoluti, ma nella distribuzione geografica, che il sistema di voto amplifica in modo decisivo.
Il viaggio da Roosevelt a Trump
Per capire dove questa categoria si trova oggi bisogna capire da dove viene.
Per decenni la classe operaia americana è stata il cuore del blocco elettorale democratico: era il New Deal di Roosevelt, il lavoro sindacalizzato, la promessa che il partito avrebbe protetto i lavoratori.
Non era una scelta ideologica astratta, era una relazione concreta tra domanda politica e offerta partitica: i sindacati aggregavano le istanze, le portavano al partito, il partito le trasformava in politiche. Il sistema funzionava.
Poi sono arrivate la deindustrializzazione, la globalizzazione, l’automazione.
Le fabbriche hanno chiuso, i sindacati si sono svuotati e il Partito Democratico ha virato verso le coalizioni urbane, i laureati, le minoranze, i lavoratori dei servizi; non per cattiveria, ma per sopravvivenza elettorale, abbandonando una categoria senza offrirle un’alternativa.
La classe operaia post-industriale non ha cambiato valori, ha perso il canale attraverso il quale quei valori si traducevano in potere politico: la domanda politica non è scomparsa, si è atomizzata.
E nell’atomizzazione ha trovato Trump.
Trump non ha conquistato questa categoria con un programma: l’ha conquistata con la presenza; ha detto quello che nessuno diceva, ha nominato quello che tutti evitavano, ha indicato un nemico — la Cina, il Messico, le élite metropolitane — e ha promesso protezione. Anche qui nessuna astrazione ideologica, ma solo relazione del patrono con il cliente: fedeltà in cambio di ascolto, non di risultati, di ascolto.
Il patto e i suoi risultati
Nel primo anno del secondo mandato Trump, il settore manifatturiero americano ha perso 83.000 posti di lavoro e da quando ha annunciato i dazi del “Liberation Day” del 2 aprile 2025, il manifatturiero ha perso altri 42.000 occupati, con 76.000 offerte di lavoro scomparse.
I salari orari medi si sono fermati a 35,50 dollari, in stagnazione da mesi, mentre un terzo dei produttori di attrezzature americani sta pianificando di spostare la produzione all’estero — citando i costi come principale motivo.
I dazi — promessa centrale del patto trumpiano con la classe operaia — non hanno portato il rientro delle fabbriche; hanno soltanto alzato i costi per le aziende che usano componenti importati, scatenato ritorsioni commerciali e generato incertezza che blocca gli investimenti a lungo termine: costruire una fabbrica richiede vent’anni di pianificazione e nessun CEO investe miliardi su tariffe che possono essere revocate per decreto il giorno dopo.
La promessa di Amana non si è avverata, non perché Trump non l’abbia voluta, ma perché le forze strutturali che hanno svuotato quelle fabbriche sono più grandi di qualsiasi politica commerciale di breve periodo.
La deindustrializzazione è una dinamica globale e tecnologica, non una congiura degli accordi commerciali; i dazi possono rallentarla, non invertirla.
La domanda analitica è: questa categoria lo capisce? E se sì, cosa fa?
Le tre strade
La risposta è articolata e sarebbe semplicistico darne una sola.
Esistono tre traiettorie plausibili per questa categoria nei midterm 2026, e probabilmente tutte e tre si realizzeranno, in misura diversa a seconda del territorio e del sottogruppo demografico.
La prima traiettoria è la continuità per mancanza di alternative: i democratici non hanno più un’offerta credibile per questa categoria — non nel linguaggio, non nelle politiche, non nella cultura politica.
Quando si chiede agli elettori della Rust Belt chi è più capace di affrontare i loro problemi, il 33% indica Trump, il 31% i democratici al Congresso, e un terzo risponde “nessuno dei due”: quel terzo non è necessariamente recuperabile dai democratici ed in assenza di un’alternativa credibile, molti di questi elettori torneranno a votare GOP per inerzia o per identità politica consolidata.
La seconda traiettoria è il disimpegno, non la conversione — la sparizione.
Gli elettori delusi raramente cambiano casacca: si astengono; nelle elezioni di midterm, dove la mobilitazione è strutturalmente più bassa, una quota di demoralizzazione nella base operaia trumpiana potrebbe tradursi in seggi persi non perché qualcuno ha votato democratico, ma perché qualcuno non è andato a votare. È la variabile più sottovalutata e più difficile da misurare con i sondaggi tradizionali.
La terza traiettoria è la radicalizzazione: se la base percepisce che Trump non ha mantenuto la promessa, la risposta potrebbe non essere necessariamente il disimpegno, ma la richiesta di qualcuno ancora più radicale, ancora più aggressivo nelle promesse di protezione. È la logica del patronato portata alle estreme conseguenze: se il patrono delude, si cerca un patrono più forte; probabilmente questa traiettoria non si manifesterà nei midterm 2026 — ma potrebbe segnare il campo per il 2028.
Nei midterm la traiettoria più probabile è una combinazione delle prime due: fedeltà residuale nei collegi più sicuri, disimpegno selettivo nei collegi in bilico.
È esattamente il tipo di spostamento che non si vede nei sondaggi nazionali ma che si misura nella variazione del tasso di affluenza distretto per distretto.
La classe operaia post-industriale non ha tradito la sinistra americana, ne è stata abbandonata.
E non è tornata a destra per convinzione ideologica, ma è andata dal primo patrono che l’ha ascoltata.
Senza una risposta alternativa, quella categoria resterà dove è.
Non per entusiasmo. Per stanchezza.



