Intelligenza artificiale e crisi della verità / Artificial intelligence and the crisis of truth

(Marco Emanuele)

La realtà è complessa, imprevedibile, non classificabile secondo logica algoritmica. Lo ha ben presente Leone XIV, come già il suo predecessore, soprattutto nel tempo dell’intelligenza artificiale e, più in generale, della rivoluzione tecnologica. Governance s’impone, tutt’uno con una etica ‘pragmatica’ che prenda atto del tema decisivo di una strategia del limite.

La verità vive nel profondo di realtà, è movimento che ci aiuta a capire, a integrare, a costruire bene comune e destino planetario nel tempo che viviamo, ricco di grandi opportunità e di altrettanti rischi. La verità è processo in noi-che-diventiamo, ricerca continua d’identità aperta, non dominante, disarmata e disarmante. La verità si nutre della/nella storia in evoluzione/involuzione, contradditoria, mai lineare.

Tutto fuorché algoritmica, la verità della realtà è nel movimento umano-planetario della pace. Con questa parola, dall’irrinunciabile senso politico, intendiamo movimento di pacificazione (pace che genera pace), così come la vera libertà – nella responsabilità – è liberazione (la mia libertà comincia dove comincia quella di ogni altro). Per fare pace, così intesa, servono artigiani, persone in grado di distinguere la ricerca della verità dalle sue distorsioni digitali, altra cosa, de-generazione.

Grande è la tentazione, per molti, di dimenticare il limite, cercando la verità tra i rumori della violenza politica, del terrorismo, delle bombe. Tornare alla pace significa avere a cuore che, nella condizione onlife (dove online e offline sono interconnessi e non separati), la sfida è grande: mentre i profeti di sventura tentano di mostrarci le sembianze di un Dio guerresco e d’imporlo, credenti e non credenti dovrebbero unirsi in un grande lavoro di re-istituzione dell’unità perduta. Sappiamo dove non è la verità: in ogni separazione e, ancora di più, in ogni realtà parallela che ci rende drammaticamente soli.

(English Version) 

The reality is complex, unpredictable, and impossible to classify according to algorithmic logic. Leone XIV is well aware of this — as was his predecessor — especially in this age of artificial intelligence and, more broadly, of technological revolution. Governance becomes essential, inseparable from a “pragmatic” ethic that recognizes the decisive importance of a strategy of limits.

Truth lives in the depths of reality; it is a movement that helps us understand, integrate, and build the common good and a planetary destiny in the time we inhabit, a time rich in great opportunities and equally significant risks. Truth is a process within us-as-we-become, a continuous search for an open identity—non-dominating, unarmed, and disarming. Truth is nourished by/in history, in its evolutions and involutions, in its contradictions, never linear.

Anything but algorithmic, the truth of reality lies in the human-planetary movement of peace. With this word—whose political significance is non-negotiable—we mean a movement of pacification (peace that generates peace), just as true freedom—lived in responsibility—is liberation (my freedom begins where the freedom of every other person begins). To make peace, understood in this way, we need artisans: people capable of distinguishing the search for truth from its digital distortions—something entirely different, a de-generation.

Great is the temptation, for many, to forget limits, seeking truth amid the noise of political violence, terrorism, and bombs. Returning to peace means keeping in mind that, in the onlife condition (where online and offline are interconnected and inseparable), the challenge is immense: while prophets of doom try to show us the face of a warlike God and impose it upon us, believers and non-believers alike should unite in the great task of re-establishing the lost unity. We know where truth is not: in every form of separation and, even more so, in every parallel reality that leaves us tragically alone.

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