Dio, l’incertezza e l’etica pragmatica / God, uncertainty, and pragmatic ethics

(Marco Emanuele) 

In molte occasioni, Papa Leone XIV ha ammonito dallo strumentalizzare il nome di Dio per giustificare atti di violenza e di guerra. Fare la  guerra, come costruire la pace, sono scelte umane che attengono all’esercizio della nostra responsabilità terrena. Nulla di trascendentale, nulla che arrivi direttamente dalle Sacre Scritture, da mani imposte sulle spalle dei leader, dall’essere popoli ‘eletti’. Giochi di potere, ridefinizione delle sfere di influenza, necessità economiche, espressione di paura, impotenza nello scegliere il dialogo: la guerra è, spesso, tutte queste cose insieme.

All’uso di Dio, chi si sente ‘chiamato’ ad agire per ragioni sovra-ordinate aggiunge la spinta tattica sull’incertezza senza limiti, la confusione per la confusione, nella incontrollabile legge della giungla. Sempre più, le analisi che si susseguono, a esempio sulla guerra in Iran e sulle conseguenze a livello globale, si limitano a fotografare l’esistente: esercizio utile ma che non va nel profondo, che non ci aiuta ad aprire prospettive nell’oltre che è già tra noi.

La geopolitica tradizionale, molto utile per comprendere i movimenti dei rapporti di forza, non aiuta a elaborare paradigmi culturali e operativi adeguati ai tempi che viviamo: quelli che potremmo definire di una etica ‘pragmatica’. Se non vi è dubbio che le relazioni internazionali abbiano bisogno di un quadro valoriale rinnovato, esso deve calarsi nelle profondità di chi diventiamo, non solo di chi siamo nel presente imminente. Il lavoro strategico deve riguardare, come abbiamo già notato, riflessioni sulla trasformazione nella discontinuità (non solo, ma soprattutto, in conseguenza della policrisi de-generativa e della rivoluzione tecnologica).

L’etica ‘pragmatica’ chiede auto-formazione alla complessità del reale, ciò da cui ci stiamo progressivamente distaccando. Il tema è molto sensibile perché non sembra esserci una consapevolezza diffusa sul fatto che l’assenza di limite che pratichiamo in molti campi stia ponendo a rischio la sostenibilità sistemica dei mondi e del mondo. Su questo punto (limite/sostenibilità sistemica), principio per percorsi virtuosi di responsabilità storica, può aprirsi un grande lavoro comune di filosofia della storia.

(English Version) 

In many instances, Pope Leo XIV has warned against instrumentalizing the name of God to justify acts of violence and war. Waging war, like building peace, are human choices that belong to the exercise of our earthly responsibility. Nothing transcendent, nothing that comes directly from the Holy Scriptures, from hands laid on leaders’ shoulders, or from being “chosen” peoples. Power games, the redrawing of spheres of influence, economic necessities, expressions of fear, the inability to choose dialogue: war is, often, all of these things together.

Alongside invoking God, those who feel “called” to act for higher-order reasons add a tactical push toward boundless uncertainty and confusion for its own sake, within an uncontrollable law of the jungle. Increasingly, analyses—for example of the war in Iran and its global consequences—limit themselves to photographing what exists: a useful exercise, but one that does not go deep, that does not help us open perspectives toward the “beyond” that is already among us.

Traditional geopolitics, while very useful for understanding shifts in power relations, does not help us develop cultural and operational paradigms suited to the times we live in—what we might call a “pragmatic” ethics. If there is no doubt that international relations need a renewed value framework, it must immerse itself in the depths of who we are becoming, not only who we are in the near-present. Strategic work must concern, as we have already noted, reflection on transformation through discontinuity (not only, but especially, as a consequence of the de-generative polycrisis and technological revolution).

“Pragmatic” ethics requires self-education in the complexity of reality, something from which we are progressively distancing ourselves. The issue is very sensitive because there seems to be little widespread awareness that the absence of limits we practice in many fields is putting at risk the systemic sustainability of worlds and of the world. On this point (limits/systemic sustainability), a principle for virtuous paths of historical responsibility, a major collaborative effort for a philosophy of history can emerge.

 

 

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