Sicurezza, per chi scrive, comincia con il superamento dell’idea antagonistica. Idea antica, nel tempo che viviamo l’antagonismo si esercita contro un potere in metamorfosi, ben diverso da quello ‘chiaro’ e certo che conoscevamo. Spaccare vetrine e oltraggiare monumenti e città significa commettere un crimine (e su questo non dovrebbe esserci dubbio da parte di alcuno), rinunciare al pensiero critico, illudersi di essere liberi.
I violenti, nel passaggio di era che stiamo vivendo, vorrebbero rappresentare il fronte avanzato del disagio mentre si collocano immediatamente sul fronte sbagliato della storia. Rinunciando al dialogo, i violenti diventano parte della mediocrità sistemica che vorrebbero sconfiggere.
Altra cosa sono le rivendicazioni legittime di chi manifesta. Lo hanno detto in molti: lo ribadiamo. Chi ha qualche anno in più sa che. in momenti particolarmente delicati, la protesta è fisiologica, parte del processo democratico, ineliminabile. La violenza, invece, è già degenerazione. Insomma, i violenti di oggi non stanno inventando alcunché, non sono originali.
Detto questo, la complessità del reale (che molti confondono con complicazione) cresce. Il nostro non è solo un tempo turbo-tecnologico nel quale la vita evolve nella condizione ‘onlife’ (ben poco controllabile), non più solo online e non più solo offline: è anche il tempo di un iper-lusso mostrato, illusorio e negato. Il peggio che si possa fare. Italiani di diversa provenienza si trovano a fare i conti, in diversi ambiti della convivenza, con una coperta sempre più corta: e sentono il consolidarsi dell’avanzante degenerazione democratica. Il tema non è più partitico, è di metamorfosi antropologica e di assenza di senso del limite. E’ un tema da classi dirigenti e da leadership (cercasi).
La soluzione, lo sa benissimo anche chi lo propone, non può essere solo la militarizzazione delle città. Se si vuole fare vera deterrenza serve altro: urgono visioni sistemiche. Anzitutto serve comprendere, non cavalcare, il disagio: se è chiaro che – in alcuni casi – l’integrazione degli italiani ‘acquisiti’ ha funzionato male, è altrettanto vero che non possiamo ‘chiudere’ come alcuni vorrebbero. Non è facile ragionare in una prospettiva diversa perché, con tutta evidenza, mancano paradigmi culturali e operativi per lavorare efficamente nella metamorfosi in atto.
Se la violenza è illegale nelle piazze (e lo è) dovrebbe essere considerata allo stesso modo anche dall’alto, a livello globale, nelle scomposte espressioni geopolitiche che continuano a evocare letture lineari, superficiali, separanti, che vorrebbero la cancellazione d’interi popoli (qualunque essi siano) dalla carta geografica, che portano discorsi di odio e inaccettabili restaurazioni.
Tutti, con i giovani e con chi manifesta pacificamente per sottolineare un disagio innegabile, dovremmo avviare percorsi di dialogo pragmatico. Chi scende in piazza interroga la storia e ciascuno di noi. Le risposte verranno: ora è il momento di fermarsi e lavorare insieme, al di là delle appartenenze, sulla base di un metodo umano-planetario per il bene comune.
(English version)
Security, for us, begins with overcoming the antagonistic idea. An old idea: in the time we live in, antagonism is exercised against a power in metamorphosis, very different from the “clear” and certain one we once knew. Smashing shop windows and defiling monuments and cities means committing a crime (and on this there should be no doubt on anyone’s part), renouncing critical thought, deluding oneself into believing one is free.
The violent, in the passage between eras we are living through, would like to represent the advanced front of discontent, while they place themselves immediately on the wrong side of history. By renouncing dialogue, the violent became part of the systemic mediocrity they claim to want to defeat.
The legitimate demands of those who protest are another matter. Many have said it: we reaffirm it. Anyone with a few more years knows that, in particularly delicate moments, protest is physiological, part of the democratic process, ineradicable. Violence, on the other hand, is already degeneration. In short, today’s violent are not inventing anything, they are not original.
That said, the complexity of the real (which many confuse with complication) grows. Ours is not only a turbo-technological time in which life evolves in the “onlife” condition (barely controllable), no longer only online and no longer only offline: it is also the time of a hyper-flow that is displayed, illusory and denied. The worst that can be done. Italians of different origins find themselves reckoning, in various spheres of coexistence, with an ever-shorter blanket: and they feel the consolidation of an advancing democratic degeneration. The issue is no longer partisan; it concerns anthropological metamorphosis and the absence of any sense of limits. It is an issue for ruling classes and for leadership (wanted).
The solution, as even those who propose it know perfectly well, cannot be only the militarisation of cities. If genuine deterrence is what is wanted, something else is needed: systemic visions are urgent. Above all, it is necessary to understand discontent, not to ride it: while it is clear that – in some cases – the integration of “acquired” Italians has worked badly, it is equally true that we cannot “close” as some would like. It is not easy to reason from a different perspective, because, quite evidently, cultural and operational paradigms for working effectively within the metamorphosis now underway are lacking.
If violence is illegal in the squares (and it is), it should be regarded in the same way from above as well, at the global level, in the unhinged geopolitical expressions that continue to evoke linear, superficial, separating readings, which would have entire peoples (whoever they may be) erased from the map, which carry hate speech and unacceptable restorations.
All of us, together with the young and with those who protest peacefully to highlight an undeniable discontent, should set in motion paths of pragmatic dialogue. Those who take to the streets question history and each one of us. Answers will come: now is the time to stop and work together, beyond affiliations, on the basis of a human-planetary method for the common good.
Marco Emanuele (Consigliere della SIOI per l’Innovazione)



