Le promesse di cessate il fuoco a Gaza sono in gran parte disattese a un anno dalla dichiarazione di Trump sulla fine della guerra

Il quadro che emerge dai dati a dodici mesi dall’annuncio del 10 ottobre 2025 è quello di un congelamento del conflitto a Gaza, non di una sua conclusione. La differenza è sostanziale: un cessate il fuoco che si limita a sospendere la violenza su larga scala mentre lascia intatte le condizioni politiche e territoriali che l’hanno generata non è una transizione verso la pace — è una pausa armata.

Tre elementi reggono: il ritorno dei venti ostaggi viventi, l’assenza di attacchi missilistici da Gaza verso Israele per un anno intero, e la presenza di una postazione di comando statunitense con alleati stranieri al confine. Sono risultati reali, ma vanno letti per quello che sono. Il silenzio delle armi di Hamas non è un atto politico: è la conseguenza dell’esaurimento dell’inventario missilistico sotto un bombardamento quasi continuo che ha distrutto la maggior parte del costruito. Un cessate il fuoco sostenuto dalla distruzione della capacità militare di una parte, e non da un accordo politico, è fragile per definizione — e non è replicabile in assenza del bombardamento.

Il punto geostrategicamente più rilevante è la traiettoria territoriale, che va nella direzione opposta a quella prevista dall’accordo. Il testo prevedeva la presenza israeliana nel 53 per cento di Gaza; un anno dopo il controllo è al 70 per cento. Non si tratta di una deviazione tecnica: è la misura più oggettiva del fatto che la fase due — ritiro e transizione politica — non è mai iniziata. La logica israeliana è coerente al proprio interno: Netanyahu condiziona il ritiro al disarmo verificabile di Hamas, fino alla singola arma. La logica di Hamas è simmetricamente coerente: non consegna le armi senza una contropartita. Il risultato è un circolo di stallo in cui ciascuna delle due parti indica la propria condizione come quella che l’altra deve soddisfare per prima. In questo tipo di stallo l’inerzia favorisce chi occupa più territorio — e il territorio, appunto, si è ampliato. Il dato dei circa 1.450 palestinesi uccisi dopo il cessate il fuoco, secondo il ministero della Sanità di Gaza (i cui numeri sono considerati accurati dall’ONU), chiarisce qualitativamente che cosa significhi “calma”: la violenza è diminuita, non cessata.

Sul piano istituzionale, la seconda fase prevedeva una transizione politica. Il meccanismo esiste sulla carta — il NCAG guidato dal tecnocrate Ali Shaath, il nuovo leader di Hamas Khalil al-Hayya eletto a luglio — ma il potere reale sulla sicurezza resta in mano ad Hamas, mentre Shaath mantiene un profilo basso. Si produce così una configurazione inusuale: un’autorità amministrativa riconosciuta da Washington senza autorità di sicurezza, e un’autorità di sicurezza senza legittimità internazionale. La governance formale è disaccoppiata dal controllo effettivo del terreno — condizione che tipicamente precede il ritorno alla violenza, non il consolidamento della pace. Sul piano finanziario il quadro è ancora più netto: una struttura nuova, il “Board of Peace”, con Blair e Mladenov come figure chiave; una promessa statunitense di 10 miliardi a gennaio; impegni degli alleati del Golfo; un piano di recupero da 2,45 miliardi proposto a settembre su sei mesi. Nessun denaro è noto per essere giunto alla ricostruzione.

Resta il fattore decisionale interno. Netanyahu è in corsa elettorale e ha fatto della distruzione di Hamas un impegno personale — ha rivendicato 4.000 dei 6.000 combattenti come eliminati. Una campagna elettorale è il peggiore contesto possibile per compiere il passaggio politico più costoso: qualsiasi concessione sul disarmo o sul ritiro è spendibile dall’opposizione come debolezza. L’orizzonte elettorale fornisce quindi a entrambe le parti un incentivo a rinviare le decisioni che l’accordo richiede.

Ci sono tre possibili letture, e conviene tenerle distinte. La lettura ottimistica sostiene che il cessate il fuoco ha fatto il suo lavoro principale — fermare la guerra su larga scala e riportare a casa gli ostaggi — e che la fase due richiede anni, non mesi, con il rafforzamento del controllo territoriale come posizione negoziale e non come espansione permanente. La lettura pessimistica sostiene che l’accordo si è esaurito nella fase uno: il meccanismo costruito per governare la transizione è una struttura senza risorse e senza autorità di enforcement, mentre il controllo effettivo del terreno — quello che determina gli esiti — si è spostato nella direzione opposta a quella prevista dall’accordo. La lettura più realistica, sulla base dei dati disponibili, è che il cessate il fuoco regge perché entrambe le parti hanno per ora più da perdere dalla sua rottura che dal suo mantenimento — Israele per il costo politico e internazionale, Hamas per la mancanza di capacità militare. Ma questa è una stabilità basata sull’esaurimento, non sulla composizione del conflitto. Un accordo che dipende dall’assenza di capacità di una delle parti non è sostenibile nel tempo: si riapre, tipicamente, quando la parte disarmata dalle circostanze ritrova denti o quando il calcolo politico interno cambia.

Il segnale da sorvegliare non è l’anniversario in sé, ma la prima consegna verificabile di armi o il primo movimento di ritiro israeliano. Finché nessuno dei due avviene, la fase due non è in ritardo: non è iniziata.

(Geostrategic Commentary) Fonte: AFP – The Global Eye è in partnership con SIOI

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