Le proteste studentesche in Francia mettono alla prova un governo fragile

Il movimento dei lycées in Francia, descritto dal thank tank Soufan Center, nasce su un terreno di policy interna — edifici fatiscenti, carenza di docenti, classi sovraffollate, risultati scolastici in caduta libera — ma è il suo slittamento verso una questione di legittimità del governo a renderlo rilevante oltre i confini francesi. A fine settembre oltre cinquecento istituti erano chiusi, le stime ufficiali oscillavano tra 71.500 e 266.000 manifestanti con una forbice enorme rispetto ai 450.000 rivendicati dagli organizzatori, e la distanza tra le due cifre racconta già qualcosa: un movimento che il governo non controlla e di cui non riesce nemmeno a definire con certezza la dimensione. Le ragioni di partenza sono materiali e verificabili, come il crollo dei punteggi in lettura e matematica rilevato dall’OCSE a settembre, ma la miccia che ha trasformato la vertenza in crisi politica è la violenza: le granate stordenti che hanno mutilato ragazzi di quattordici e quindici anni hanno spostato il conflitto dal piano sindacale a quello del rapporto tra Stato e cittadini minorenni, il tipo di frattura che in Francia produce memoria collettiva duratura e radicalizzazione difficile da riassorbire.

Su questo terreno si innesta una fragilità istituzionale che amplifica ogni attrito. Un governo di minoranza guidato da Sébastien Lecornu deve navigare un parlamento frammentato e approvare il bilancio 2027, cioè non ha né la maggioranza per imporre una linea né la credibilità per negoziare concessioni durature, e la promessa di un piano “fully-funded” entro fine ottobre arriva quando la finestra fiscale è già chiusa. Il vincolo vero non è politico ma di bilancio, ed è esterno: il deficit pubblico e il rendimento obbligazionario ai massimi dal luglio 2002, con un balzo di ottanta punti da settembre, iscrivono la protesta dentro il quadro Eurozona e rendono ogni euro speso per placarla un segnale di debolezza per i mercati. La Francia non ha il margine che nel 1968 permise gli Accordi di Grenelle, e questa è la differenza strutturale che rende il parallelo con il Sessantotto suggestivo ma asimmetrico: allora la crisi si chiuse con la convergenza tra studenti e sindacati e con una redistribuzione salariale in un’economia in espansione, oggi mancano entrambe le condizioni, perché i sindacati non sono ancora entrati e la capacità redistributiva dello Stato è compressa. Ciò che resta del paragone non è il volume della mobilitazione ma la dinamica politica, e vale la pena ricordare che nel 1968 fu proprio la crisi a indurre De Gaulle a sciogliere il parlamento e a indire elezioni anticipate, uno scenario che l’attuale debolezza dell’esecutivo rende tutt’altro che fantapolitico.

Il risvolto elettorale è forse il più interessante, e va letto con precisione. La protesta non è nativamente un movimento di sinistra radicale, ma ha trasferito capitale politico a Jean-Luc Mélenchon, che secondo un sondaggio ottenuto da Le Monde raccoglie oltre il quaranta per cento delle intenzioni di voto tra i diciotto e i ventiquattro anni: è un voto generazionale più che ideologico, guidato dalla percezione di un futuro scolastico e universitario peggiore di quello dei genitori. Marine Le Pen resta largamente avanti nei sondaggi generali, e quindi il calcolo è più sottile di quanto appaia: il voto giovanile non elegge Mélenchon, ma può decidere chi accede al ballottaggio dell’aprile 2027, e se il secondo turno si riduce a uno scontro tra Rassemblement National e La France Insoumise (LFI) la frattura non sarà più tra sinistra e destra ma tra dentro e contro il sistema, con effetti di lungo periodo sulla tenuta del centro politico. Lecornu accusa LFI di sfruttare i disordini per fini elettorali e l’accusa è probabilmente fondata, ma coglie solo metà del problema: Mélenchon deve chiedere esplicitamente la nonviolenza mentre continua ad apparire tra i manifestanti, ed è il profilo classico del leader che guadagna nella fase ascendente della rabbia e paga in quella dell’esaurimento.

Per l’Italia e per l’Eurozona il dossier conta su tre piani distinti. Sul piano finanziario uno spread francese ai massimi da oltre vent’anni amplia il fondo di instabilità del debito europeo, e il rischio non è un default quanto l’erosione del secondo pilastro dell’euro nella sua funzione di ancoraggio. Sul piano politico una campagna 2027 dominata dall’instabilità sociale e dalla frammentazione rende improbabile un esecutivo francese con mandato forte sulle grandi partite — difesa europea, regole fiscali, allargamento — e un asse franco-tedesco già in difficoltà ne risente direttamente. Sul piano simbolico la Francia è storicamente la vetrina della resistenza sociale europea, e una repressione percepita come sproporzionata verso i minorenni diventa materiale transnazionale per le narrative anti-establishment, con potenziale contagio in contesti che ospitano tensioni analoghe.

Quanto agli scenari, l’assorbimento graduale resta possibile e richiede tre condizioni convergenti: un piano docenti credibile, il rientro delle violenze e il mantenimento dei sindacati fuori dal conflitto; l’estensione multisettoriale è altrettanto plausibile e si innescherebbe con un coinvolgimento sindacale o universitario o con un bilancio 2027 impopolare; la crisi politica aperta, con caduta del governo, elezioni anticipate e ballottaggio tra estreme, resta meno probabile ma non remota, ed è l’esito a cui il sistema guarda con maggiore timore. La valutazione complessiva è che il movimento in sé sia contenibile e che il pericolo non stia nella sua forza ma nel contesto che lo ospita: un governo senza maggioranza, un bilancio senza margine, un sistema politico che si polarizza mentre il centro si erode. La posta in gioco non è scolastica, è la capacità dello Stato francese di riformare un servizio pubblico essenziale senza il denaro necessario per farlo, davanti a una cittadinanza giovane che ha smesso di credere nella promessa repubblicana dell’ascensore sociale. Se la protesta resta nei lycées si risolve con qualche miliardo e qualche testa; se diventa il catalizzatore di una nuova convergenza sociale, sulla scia del Sessantotto ma con le casse vuote, allora si tratta di un cambio di regime politico in Francia e non di una vertenza.

(Geostrategic Commentary) Fonte: The Soufan Center – The Global Eye è in partnership con SIOI

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