Come una serie di errori di valutazione ha fatto ripartire la guerra dell’Arabia Saudita nello Yemen

L’articolo di Mostafa Salem per CNN offre una lettura lucida di come l’Arabia Saudita sia scivolata, in pochi mesi, dalla condizione di attore regionale in cerca di stabilità alla condizione di bersaglio diretto in un conflitto che aveva cercato in ogni modo di tenere lontano. La tesi di fondo è che non si tratti di sfortuna, ma di una sequenza di errori di calcolo – militari, diplomatici e di alleanza – che hanno lasciato Riad esposta proprio nel momento in cui il suo progetto di trasformazione economica, la Vision 2030, avrebbe avuto più bisogno di quiete. Il quadro che emerge è quello di un regno che voleva comprare la sicurezza e la stabilità, e che si ritrova a doverla combattere.

Il primo snodo è la rottura con gli Emirati Arabi Uniti. Quando l’aviazione saudita colpì un carico di veicoli militari inviato da Abu Dhabi in Yemen, si spezzò un’alleanza decennale costruita attorno all’obiettivo comune di contenere l’influenza iraniana. Riad pretese il ritiro emiratino, ma non ne gestì le conseguenze: migliaia di combattenti che avevano operato per anni sotto comando emiratino – e che secondo un funzionario yemenita meridionale intervistato da CNN erano abituati a una catena di comando “molto efficiente” – si ritrovarono disorientati di fronte a una strategia saudita che non ne replicava l’efficacia. Il risultato, come osserva Salem riportando le critiche delle fazioni filo-emiratine, fu un vuoto di potere che Riad non seppe colmare. È un errore classico: si è spezzata la coalizione senza costruirne una nuova, e nel vuoto è cresciuto il vuoto, non l’autorità saudita. Il paradosso è che oggi le stesse forze leali agli Emirati sembrano rientrare nell’offensiva “Yemen’s Dawn”, segno di un disgelo parziale – ma tardivo, e a condizioni dettate dall’emergenza più che da una visione.

Il secondo errore è di natura temporale e riguarda la guerra USA-Israele contro l’Iran. Come nota Salem, appena otto settimane dopo il ritiro emiratino, Washington e Tel Aviv lanciarono l’attacco che uccise la guida suprema Ali Khamenei, trascinando la regione in una crisi senza precedenti e mettendo gli alleati americani, Arabia Saudita compresa, nel mirino di Teheran. L’Arabia Saudita si era spesa per anni proprio per impedire che il conflitto yemenita si riaccendesse; la pressione di Trump sull’Iran finì invece per innescare la spinta houthi sul regno. Qui la lettura geostrategica è decisiva: Riad ha subito le conseguenze di una guerra altrui, senza averla voluta né potuta controllare. L’episodio di luglio – il volo commerciale iraniano che trasportava una delegazione houthi al funerale di Khamenei, sfidando il blocco aereo saudita – è emblematico: Riad colpì l’aeroporto di Sanaa per impedire l’atterraggio, gli houthi dichiararono morta la tregua e proclamarono il blocco navale sulle navi saudite, innescando l’offensiva più ampia dal 2022. La lezione è che ogni tentativo saudita di riaffermare il controllo con la forza ha prodotto un’escalation asimmetrica, non una stabilizzazione.

Il terzo elemento è il rapporto con gli Stati Uniti. Nonostante il nuovo patto di difesa e la designazione a “Major Non-NATO Ally”, Riad ha scoperto quanto sia volatile la garanzia americana sotto Trump. il principe Mohammed ha parlato due volte con il presidente per chiedere un intervento contro gli houthi, e Trump ha rifiutato: Washington ha invece incontrato gli houthi in Oman, tutelando il proprio cessate il fuoco e lasciando che la guerra restasse “con l’Arabia Saudita soltanto”, così da garantire il libero transito delle navi americane nel Mar Rosso. È la rappresentazione più nitida di come l’interesse americano si sia separato da quello saudita. Michael Ratney, ex ambasciatore USA a Riad, lo dice senza giri di parole: una nazione che ha costruito “l’intera visione del mondo” della propria forza armata sull’alleanza con Washington si trova ora di fronte a un processo decisionale che si riduce a ciò che pensa Trump. La conseguenza strategica è che l’Arabia Saudita deve improvvisamente imparare a combattere le proprie guerre da sola – cosa per cui le sue forze armate non sono state pensate né strutturate.

La reazione di Riad è, in fondo, la più significativa. Il principe Mohammed vola in Egitto per incontrare el-Sisi, invita a Riad il vicepresidente emiratino Mansour bin Zayed, ottiene il dispiegamento di asset francesi e il supporto britannico per il rifornimento in volo, accoglie oltre cento consiglieri militari americani per intelligence e targeting sotto un nuovo comando congiunto, e sigla con Turchia e Pakistan l’attivazione di “misure di deterrenza collettiva” nell’ambito dell’accordo di difesa di Mecca. È un mosaico di alleanze costruito in fretta, che rivela due cose: la fine dell’idea che la sicurezza saudita potesse poggiare su un solo pilastro esterno, e la ricerca affannosa di ridondanza strategica. Il riavvicinamento agli Emirati, per quanto parziale, segnala che l’interesse comune contro gli houthi prevale alla fine sulla competizione per l’egemonia nel Golfo. Ma è una ricomposizione tattica, non una riconciliazione: la rivalità di fondo tra Riad e Abu Dhabi, che Salem documenta con la campagna mediatica saudita e le accuse reciproche di alimentare l’instabilità in Sudan e Yemen, resta intatta sotto la superficie.

Il nodo irrisolto è quello politico. Come sottolineano gli analisti citati da CNN, i guadagni territoriali non significano nulla senza la capacità dell’esecutivo yemenita filo-saudita di mantenerli, e l’infighting tra le fazioni resta endemico. Hisham Al Omeisy lo dice con chiarezza: servono centri di comando unificati e una risoluzione delle fratture interne, altrimenti le conquiste si dissolvono. E il conflitto yemenita è, in ultima analisi, un’appendice della guerra USA-Iran: finché Washington e Teheran restano in conflitto, Teheran manterrà un incentivo potente a usare gli houthi come strumento di pressione su Riad. Gli scenari prospettati – una soluzione diplomatica separata con l’Iran, oppure un’escalation per decapitare la leadership houthi – non risolvono nulla nel breve termine, come nota Ratney. L’Arabia Saudita si trova quindi davanti a un percorso “imperfetto”, l’unico disponibile.

La lettura geostrategica complessiva è quella di un ritorno di fiamma della maledizione della geografia. L’Arabia Saudita aveva scommesso che la ricchezza potesse comprare l’immunità dalle turbolenze del vicinato – investimenti, festival, concerti, grandi eventi sportivi come schermo del proprio potere. L’articolo di Salem mostra che quella scommessa si regge su un presupposto fragile: che altri contino il conflitto per te. Quando il vicinato decide diversamente, il regno scopre di essere territorialmente contiguo alla sua instabilità, senza un ombrello americano affidabile, senza una coalizione solida e con una macchina militare costruita per integrarsi con un alleato che ora esita. La crisi yemenita non è più un problema di politica estera da gestire: è diventata la condizione strutturale in cui la trasformazione saudita dovrà avvenire. E la posta in gioco, per Riad, è se riuscirà a costruire in pochi anni quella capacità di deterrenza autonoma e quella coesione regionale che non è riuscito a costruire in undici anni di guerra.

(Geostrategic Commentary)

Fonte: Mostafa Salem/CNN – How a series of miscalculations restarted Saudi Arabia’s war in Yemen

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