L’intervento del ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla all’Assemblea generale delle Nazioni Unite segnala un irrigidimento dello scontro tra Cuba e Stati Uniti e, più in generale, una crescente competizione per l’assetto strategico dell’America Latina e dei Caraibi. L’Avana presenta le pressioni militari ed economiche statunitensi non come un contenzioso bilaterale, ma come una minaccia ai principi di sovranità, non ingerenza e uguaglianza tra gli Stati. Questa impostazione consente a Cuba di collocare la propria situazione nel più ampio conflitto politico tra ordine multilaterale e rapporti di forza.
La denuncia di un presunto “blocco energetico”, accompagnata dall’accusa a Washington di intimidire i Paesi disposti a fornire combustibile e altri beni all’isola, evidenzia il carattere strategico della vulnerabilità cubana. L’energia costituisce infatti il principale punto di pressione sul sistema economico e sociale del Paese: limitare l’accesso ai carburanti significa aggravare le difficoltà nella produzione elettrica, nei trasporti, nell’industria e nella distribuzione alimentare. La pressione esterna può così amplificare problemi strutturali interni, accrescere il malcontento e ridurre la capacità dello Stato di garantire servizi essenziali.
La strategia statunitense appare orientata ad aumentare il costo della sopravvivenza economica e politica del governo cubano evitando, almeno formalmente, uno scontro diretto. L’efficacia di tale approccio dipende però dalla collaborazione di Paesi terzi, compagnie di navigazione, intermediari finanziari e fornitori energetici. Ne deriva una competizione diplomatica che supera i rapporti tra Washington e L’Avana e coinvolge gli Stati caraibici e latinoamericani, chiamati a valutare il rischio di rapporti economici con Cuba alla luce delle possibili conseguenze nei rapporti con gli Stati Uniti.
Per Cuba, la risposta consiste nell’internazionalizzare il confronto. Il richiamo alla Carta delle Nazioni Unite e alla “legge della giungla” mira a raccogliere il sostegno dei Paesi che temono l’impiego extraterritoriale di sanzioni, coercizione economica e superiorità militare. L’argomento cubano può trovare ascolto nel Sud globale non necessariamente per affinità ideologica con L’Avana, ma perché molti governi considerano pericoloso un sistema nel quale le maggiori potenze possano condizionare le relazioni commerciali ed energetiche di Stati formalmente sovrani.
Sul piano regionale, l’inasprimento della pressione su Cuba può produrre effetti contrari a quelli perseguiti da Washington. Un ulteriore deterioramento economico dell’isola potrebbe alimentare nuove ondate migratorie, aggravare l’instabilità sociale e aumentare la dipendenza cubana da partner esterni disponibili a contrastare l’influenza statunitense. Russia e Cina potrebbero sfruttare la situazione per consolidare la propria presenza nei Caraibi attraverso credito, forniture energetiche, infrastrutture e cooperazione politica o di sicurezza. Anche altri produttori di energia interessati a sfidare le restrizioni statunitensi potrebbero acquisire maggiore rilevanza.
Cuba conserva inoltre un valore geostrategico superiore alle sue dimensioni economiche. La posizione all’ingresso del Golfo del Messico, la prossimità alla Florida e la collocazione lungo importanti rotte marittime conferiscono all’isola un peso particolare nella sicurezza del bacino caraibico. Qualsiasi approfondimento della cooperazione cubana con potenze rivali degli Stati Uniti sarebbe pertanto interpretato a Washington non soltanto come una scelta economica dell’Avana, ma come una questione di sicurezza nell’immediato vicinato americano.
La denuncia cubana contiene infine una critica alla capacità delle Nazioni Unite di limitare il comportamento delle grandi potenze. L’Avana cerca di trasformare la propria vulnerabilità materiale in leva diplomatica, contrapponendo la legittimità formale del multilateralismo alla superiorità economica e militare statunitense. Il limite di questa strategia risiede nell’assenza di strumenti coercitivi internazionali efficaci: il sostegno politico ottenuto nelle sedi multilaterali può ridurre l’isolamento diplomatico di Cuba, ma difficilmente compensa le conseguenze concrete delle restrizioni finanziarie ed energetiche.
Nel complesso, l’intervento indica che la questione cubana sta tornando a essere un punto di intersezione tra competizione globale, sicurezza regionale e crisi del multilateralismo. Il rischio principale non è necessariamente un confronto militare immediato, quanto una spirale di pressione economica, instabilità interna, migrazione e crescente penetrazione di potenze extra-regionali. In questo quadro, Cuba resta simultaneamente oggetto della strategia statunitense e soggetto capace di utilizzare la propria posizione geografica, il capitale diplomatico accumulato nel Sud globale e la rivalità tra grandi potenze per contenere l’isolamento.
Fonte: UN News – Cuba warns against ‘law of the jungle’ as Foreign Minister denounces US pressure
The Global Eye è in partnership con SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale



