Lavrov lancia un appello per una nuova “architettura di sicurezza” eurasiatica

L’intervento di Sergej Lavrov all’Assemblea generale delle Nazioni Unite configura una proposta strategica che va oltre la dimensione diplomatica contingente. La richiesta di una nuova “architettura di sicurezza eurasiatica” mira a trasformare l’attuale confronto con l’Occidente in un progetto ordinatore di lungo periodo: ridurre la centralità delle alleanze guidate dagli Stati Uniti, consolidare il principio della sicurezza indivisibile e presentare Russia, Cina e Paesi del Sud globale come poli autonomi di un sistema internazionale multipolare.

Per Mosca, l’Eurasia non è soltanto uno spazio geografico, ma il principale teatro della competizione per il futuro ordine mondiale. La denuncia dell’espansione della NATO verso l’Asia orientale collega infatti il conflitto europeo alla crescente cooperazione strategica tra Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud, Australia e partner del Sud-Est asiatico. In questa lettura, la rete delle alleanze americane costituisce un unico sistema di contenimento che dall’Atlantico si estende fino al Pacifico. La proposta russa cerca quindi di saldare le preoccupazioni di sicurezza di Mosca con quelle di Pechino, opponendo alla proiezione transregionale occidentale un modello continentale fondato sulla sovranità degli Stati e sul rifiuto dei blocchi militari.

La guerra in Ucraina rimane il banco di prova decisivo. L’affermazione secondo cui l’operazione militare sarà condotta fino al raggiungimento degli obiettivi segnala che Mosca non intende separare un eventuale negoziato dalla ridefinizione dell’assetto di sicurezza europeo. La Russia punta a ottenere non soltanto risultati territoriali o garanzie riguardanti l’Ucraina, ma il riconoscimento di una propria sfera di sicurezza e della legittimità di contestare l’espansione delle infrastrutture occidentali. Il richiamo all’interesse dell’amministrazione Trump per i negoziati, contrapposto alla presunta azione ostruzionistica dei governi europei, mira inoltre a sfruttare le divergenze transatlantiche e a isolare politicamente l’Europa.

La posizione attribuita ai governi europei rivela una seconda finalità strategica. Mosca tenta di rappresentare l’Unione europea non come attore autonomo, ma come componente più rigida del sistema occidentale, dipendente dagli Stati Uniti sul piano militare e incapace di formulare un proprio equilibrio continentale. Se questa narrazione guadagnasse terreno, la Russia potrebbe cercare interlocuzioni bilaterali con singoli Paesi europei, aggirando le istituzioni comuni e indebolendo il consenso su sanzioni, assistenza militare a Kiev e deterrenza sul fianco orientale.

Il riferimento al Medio Oriente amplia la piattaforma politica russa. Le critiche alle operazioni statunitensi e israeliane, alla situazione di Gaza, agli insediamenti in Cisgiordania e agli attacchi contro infrastrutture nucleari iraniane servono a presentare Mosca come garante della sovranità, della non ingerenza e della causa palestinese. Questa postura è funzionale a consolidare relazioni con Iran, Paesi arabi e opinione pubblica del Sud globale, ma non equivale necessariamente alla disponibilità russa a sostenere un ordine regionale uniforme. La Russia trae vantaggio anche dalla frammentazione del Medio Oriente, purchè essa non comprometta i propri partner, le proprie installazioni militari o la capacità di influenzare i dossier energetici e diplomatici.

La denuncia dei doppi standard occidentali costituisce il collante dell’intero discorso. Ucraina, Palestina, Iran, Venezuela e Cuba vengono collocati in una medesima cornice: l’opposizione all’uso selettivo della forza, delle sanzioni e delle regole internazionali. Questa impostazione è pensata soprattutto per Stati che non intendono allinearsi stabilmente né con Washington né con Mosca, ma che chiedono maggiore rappresentanza e margini di autonomia. La strategia russa consiste nel trasformare il loro malcontento verso l’ordine esistente in convergenza politica, senza richiedere necessariamente un’alleanza formale.

Anche i richiami alla cybersicurezza e alla governance dell’intelligenza artificiale hanno una valenza geostrategica. Mosca e Pechino cercano di trasferire la competizione tecnologica dentro organismi multilaterali nei quali il principio della sovranità statale possa limitare la capacità occidentale di imporre standard. La promozione di organismi globali per l’intelligenza artificiale e di strumenti internazionali contro il crimine informatico punta a impedire che infrastrutture digitali, dati e regole tecniche rimangano prevalentemente sotto influenza statunitense. La sicurezza eurasiatica proposta dalla Russia comprende dunque anche una dimensione normativa, tecnologica e informativa.

Il principale limite del progetto risiede nella sua credibilità. Il principio della sicurezza indivisibile può attrarre Paesi preoccupati dall’egemonia americana, ma viene indebolito dalla guerra in Ucraina e dalla percezione che Mosca rivendichi per sé stessa prerogative di potenza negate agli Stati vicini. Inoltre, l’Eurasia è attraversata da rivalità che una formula generale non elimina: competizione tra Cina e India, diffidenza delle repubbliche centroasiatiche verso la Russia, tensioni nel Caucaso, interessi divergenti tra Iran, Turchia e monarchie arabe. Un’architettura realmente inclusiva richiederebbe meccanismi di garanzia, gestione delle crisi e limitazione reciproca della forza che il discorso russo non definisce.

Nel breve periodo, la proposta appare quindi meno come il progetto operativo di una nuova organizzazione di sicurezza e più come una piattaforma diplomatica. Essa consente a Mosca di coordinare narrazioni con Pechino, dialogare con potenze intermedie e contestare la legittimità politica dell’ordine occidentale. Nel medio periodo, tuttavia, potrebbe tradursi in una rete più strutturata di cooperazione tra organizzazioni e formati già esistenti, con maggiore coordinamento militare, energetico, finanziario, digitale e diplomatico.

La traiettoria più probabile non è la sostituzione immediata dell’ordine euro-atlantico con un sistema eurasiatico unitario, ma la progressiva sovrapposizione di due geometrie concorrenti. Da una parte, gli Stati Uniti cercheranno di integrare maggiormente alleanze europee e indo-pacifiche; dall’altra, Russia e Cina promuoveranno istituzioni continentali e coalizioni flessibili fondate sulla sovranità e sull’opposizione alle pressioni occidentali. Il risultato potrebbe essere un’Eurasia più militarizzata, con minori spazi neutrali e una crescente interdipendenza fra crisi europee, mediorientali e asiatiche.

Per l’Europa, la conseguenza strategica è netta: la sicurezza del continente non può più essere trattata come un dossier separato dall’Indo-Pacifico, dal Medio Oriente, dall’energia e dalla competizione tecnologica. Se non svilupperà una capacità autonoma di iniziativa diplomatica, deterrenza e gestione delle dipendenze, l’Europa rischierà di diventare il terreno di confronto fra strategie formulate altrove. La proposta russa, indipendentemente dalla sua realizzabilità, mostra che Mosca considera ormai la crisi europea come una componente di una contesa sistemica sull’intera Eurasia.

Fonte: UN News – Lavrov issues call for new Eurasian ‘security architecture’

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