Il Parlamento iraniano sta trasformando il timore delle infiltrazioni straniere in un progetto di legge capace di estendere profondamente il controllo dello Stato sui rapporti tra cittadini e mondo esterno. Nato come risposta alle falle di sicurezza emerse durante le recenti guerre e alla penetrazione dell’intelligence israeliana, il provvedimento si è progressivamente ampliato fino a investire informazione, ricerca, cultura e libertà di comunicazione.
Il presidente del Parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, sostiene la necessità di contrastare le attività straniere, ma avverte che la proposta rischia di danneggiare diritti, vita quotidiana e commerci. La sua posizione riflette il dilemma dell’establishment: rafforzare la controintelligence senza trasformare l’Iran in un Paese ancora più chiuso e isolato.
Autorizzazione preventiva sui rapporti con l’estero
La cosiddetta “infiltration bill” richiederebbe l’approvazione preventiva del Ministero dell’Intelligence e dell’intelligence dell’Islamic Revolutionary Guards Corps per una vasta gamma di attività. Tra queste figurano la pubblicazione di libri e articoli, la cooperazione accademica, le interviste con media stranieri considerati ostili e la partecipazione a conferenze scientifiche o festival artistici.
Il testo criminalizzerebbe inoltre interviste, conversazioni e altre forme di comunicazione con organi di informazione classificati come ostili, compreso l’invio di fotografie, video e registrazioni audio. Le violazioni potrebbero comportare pene fino a due anni di carcere.
Il rischio è la creazione di un sistema nel quale le agenzie di sicurezza diventino, di fatto, custodi dei contatti internazionali degli iraniani. L’ampiezza delle categorie e l’incertezza sui criteri di autorizzazione potrebbero favorire applicazioni selettive contro giornalisti, ricercatori, attivisti e oppositori.
Un consenso iniziale che comincia a incrinarsi
Il Parlamento ha approvato l’impianto generale della proposta a metà agosto con 183 voti favorevoli e soltanto quattro contrari. Nel passaggio attraverso il National Security and Foreign Policy Committee, il testo è però cresciuto da 19 a 33 articoli, ampliandone sensibilmente il raggio d’azione.
Finora soltanto i primi due articoli hanno superato l’esame dell’aula. Qalibaf ha rinviato alla commissione le disposizioni relative alle procedure di comunicazione e alle sanzioni per il superamento dei limiti delle autorizzazioni, giudicandole ambigue.
Il presidente del Parlamento non intende bloccare la legge e ribadisce che le esigenze degli apparati di sicurezza dovranno essere soddisfatte. Si oppone tuttavia alla possibilità che essi impongano un permesso per ogni interazione con soggetti stranieri, perché ciò equivarrebbe, nelle sue parole, a “chiudere il Paese”.
Una frattura trasversale all’establishment
Il confronto non riproduce pienamente la tradizionale divisione tra conservatori e riformisti. Mohammad Mehdi Shahriari, membro della commissione competente, ha definito il provvedimento contrario agli interessi nazionali e frutto di una stesura frettolosa da parte di parlamentari inesperti.
Anche il governo del presidente Masud Pezeshkian si è espresso contro il testo. Il vicepresidente Hossein Afshin ha avvertito che le restrizioni potrebbero isolare la comunità scientifica, accelerare la fuga dei cervelli e creare nuovi ostacoli per studenti e ricercatori iraniani all’estero.
La disputa coinvolge inoltre l’autonomia istituzionale del Parlamento. Qalibaf ha respinto le affermazioni secondo cui avrebbe promesso al governo di fermare la proposta, ricordando che l’assemblea non è una sua articolazione subordinata. La legge diventa quindi anche un terreno di confronto tra esecutivo, legislativo e apparati di sicurezza.
Sicurezza contro sviluppo scientifico
L’obbligo di autorizzazione preventiva rischia di compromettere le reti internazionali dalle quali dipendono ricerca, innovazione e formazione avanzata. Conferenze, pubblicazioni e collaborazioni scientifiche potrebbero trasformarsi in attività burocraticamente rischiose, inducendo università e studiosi stranieri a ridurre i rapporti con l’Iran.
Il risultato potrebbe essere opposto a quello perseguito. Nel tentativo di proteggere il Paese dall’infiltrazione, lo Stato rischierebbe di perdere competenze, rallentare l’innovazione e aumentare la dipendenza tecnologica dall’estero. Ricercatori e professionisti qualificati avrebbero ulteriori incentivi a emigrare o a non rientrare.
L’impatto economico riguarderebbe anche imprese e commercianti, per i quali il contatto con interlocutori stranieri è una necessità operativa. La vaghezza delle norme potrebbe accrescere l’incertezza e rendere ancora meno attrattivo il mercato iraniano.
Le critiche internazionali
La UN Independent International Fact-Finding Mission on Iran ha chiesto il ritiro della proposta, sostenendo che potrebbe restringere ulteriormente le libertà fondamentali e isolare la popolazione dalla comunità internazionale. La UN Special Rapporteur on Iran, Mai Sato, ha affermato che le agenzie d’intelligence non dovrebbero diventare i controllori dei rapporti tra gli iraniani e il resto del mondo.
Teheran può interpretare queste critiche come interferenze esterne, rafforzando la narrativa sulla necessità di contrastare l’infiltrazione. Al tempo stesso, l’eventuale approvazione aggraverebbe le tensioni sui diritti umani e potrebbe influire sui rapporti diplomatici e accademici con altri Paesi.
La prospettiva geostrategica
Il provvedimento mostra come la vulnerabilità iraniana alla penetrazione dell’intelligence straniera stia producendo una risposta basata sulla securitizzazione dell’intera società. Incapace di garantire che i propri apparati siano impermeabili, lo Stato tende ad ampliare la categoria del sospetto fino a includere comuni relazioni professionali, culturali e informative.
Questa strategia può aumentare il controllo nel breve periodo, ma presenta costi elevati. Riduce la circolazione delle competenze, indebolisce l’economia della conoscenza e amplia la distanza tra istituzioni e cittadini. Può inoltre alimentare quella stessa emigrazione di professionisti che priva il Paese delle risorse necessarie per rafforzare sicurezza e autonomia tecnologica.
La questione centrale non è dunque se l’infiltrazione straniera rappresenti un pericolo reale, ma se il contrasto a tale minaccia possa giustificare un sistema di autorizzazione preventiva sui rapporti con l’estero. Se approvata nella sua forma più estesa, la legge trasformerebbe la sicurezza nazionale da funzione mirata di controintelligence a principio generale di regolazione della vita civile.
Il dibattito rivela infine una fragilità politica della Repubblica Islamica: l’establishment condivide la diagnosi della minaccia, ma non riesce a concordare il limite oltre il quale la difesa dello Stato finisce per danneggiare gli interessi nazionali che dovrebbe proteggere.
Fonte: RFE/RL – Autore: Kian Sharifi
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