Entrata nel quarto anno, la guerra in Sudan tra le Sudanese Armed Forces (SAF) e le paramilitari Rapid Support Forces (RSF) continua ad allargarsi geograficamente e a colpire in modo sistematico la popolazione civile. L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha chiesto un cessate il fuoco immediato, la fine delle interferenze straniere e il ritorno a un governo civile inclusivo.
Il conflitto ha già provocato lo sfollamento interno di oltre sei milioni di persone, mentre altri 4,5 milioni di sudanesi hanno cercato rifugio nei Paesi vicini. Le aree più esposte comprendono Kordofan, Nilo Azzurro e Darfur settentrionale e occidentale, dove le Nazioni Unite ritengono imminente il rischio di nuove violenze contro i civili.
L’impiego crescente di droni a lungo raggio sta modificando la natura della guerra. SAF e RSF possono ora colpire ben oltre le tradizionali linee del fronte, ampliando il conflitto a città, infrastrutture e luoghi considerati rifugi. Gli attacchi hanno raggiunto abitazioni, scuole, ospedali, mercati, campi per sfollati e cerimonie comunitarie.
A El Obeid, città strategica del Kordofan settentrionale parzialmente assediata dalle RSF, i raid hanno danneggiato reti idriche, energetiche e altri servizi essenziali. Nel Kordofan meridionale, successivi attacchi delle RSF contro un asilo e un ospedale a Kalogie avrebbero causato 114 morti, tra cui 60 bambini. Bombardamenti delle SAF contro l’ospedale universitario di Ad-Da’ein avrebbero invece ucciso almeno 70 persone.
La missione internazionale indipendente istituita dal Consiglio dei diritti umani ha rilevato ragionevoli motivi per ritenere che entrambe le parti abbiano commesso gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, potenzialmente configurabili come crimini di guerra. Il carattere ripetuto degli attacchi contro civili e strutture indispensabili indica che la guerra non è soltanto una competizione per il controllo territoriale, ma anche una strategia di logoramento sociale.
Il sistema sanitario è tra le principali vittime del conflitto. A Khartoum, importanti ospedali di riferimento e formazione hanno riportato danni estesi: sale operatorie distrutte, apparecchiature diagnostiche perdute, reparti crollati e interi edifici inutilizzabili. La distruzione della capacità ospedaliera moltiplica gli effetti indiretti della guerra, rendendo mortali anche malattie, ferite e complicazioni normalmente curabili.
Sul piano geostrategico, il conflitto presenta una crescente dimensione regionale. Gli investigatori hanno segnalato il presunto sostegno alle RSF da parte di individui ed entità negli Emirati Arabi Uniti, in Ciad, nella Libia sudorientale e nel Puntland somalo. La richiesta delle Nazioni Unite di fermare il coinvolgimento esterno riflette il rischio che il Sudan diventi il centro di una guerra per procura alimentata da interessi sulle rotte commerciali, sulle risorse e sugli equilibri tra Mar Rosso, Sahel e Corno d’Africa.
L’estensione degli attacchi con droni abbassa inoltre i costi politici e operativi della violenza, consentendo ai contendenti di colpire in profondità senza controllare stabilmente il territorio. In assenza di pressioni coordinate sui sostenitori esterni e di meccanismi credibili di protezione dei civili, un semplice cessate il fuoco locale difficilmente interromperà questa dinamica.
La crisi sudanese richiede quindi un’azione su tre livelli: arrestare immediatamente gli attacchi contro la popolazione, contenere i flussi esterni di armi e assistenza militare e ricostruire un processo politico civile inclusivo. Senza questa convergenza, la frammentazione del Paese rischia di consolidarsi e di destabilizzare ulteriormente l’intera regione.
Fonte: UN News
M.E.
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