Un nuovo rapporto rivela che forze esterne alimentano la guerra in Sudan

Secondo UN News, il nuovo rapporto della UN Independent International Fact-Finding Mission for the Sudan mostra che la guerra sudanese non può più essere letta soltanto come uno scontro interno tra Sudanese Armed Forces (SAF) e Rapid Support Forces (RSF). Il conflitto sta assumendo una dimensione sempre più transnazionale, alimentata da reti esterne di reclutamento, addestramento, trasferimento di armi, supporto logistico e fornitura tecnologica che ne aumentano l’intensità e la durata.

Il punto geostrategico centrale, come riferisce UN News, è che il sostegno esterno non è episodico ma strutturale. La missione ONU documenta il coinvolgimento di entità transnazionali attive in diversi Paesi nel reclutare, addestrare e dispiegare personale straniero a sostegno delle RSF, oltre a facilitare il flusso di armi, munizioni, tecnologie militari e rifornimenti logistici. Questo significa che la guerra in Sudan si regge sempre più su una catena di supporto extraterritoriale, capace di rafforzare le capacità militari dei belligeranti e di rendere le operazioni sempre piu’ sofisticate.

Sempre secondo UN News, uno degli elementi più gravi riguarda la presenza fino a 2.000 ex contractor militari colombiani, impiegati direttamente accanto alle RSF in Darfur e Kordofan nell’uso di droni da combattimento, artiglieria e armamenti avanzati. Questo dato mostra che il conflitto non è solo armato o finanziato dall’esterno, ma riceve anche competenze operative specializzate. La guerra civile sudanese assume così i tratti di un conflitto alimentato da un vero mercato transnazionale della violenza, in cui mercenari, facilitatori logistici e reti di transito esterne diventano parte integrante della macchina bellica.

UN News riferisce inoltre che la missione ha individuato una rete di transito attraverso Chad, Libia sud-orientale e Bosaso in Somalia, usata per far arrivare personale, addestramento, armi e supporto logistico alle RSF, con il coinvolgimento di soggetti operanti anche da Paesi come Colombia ed Emirati Arabi Uniti. Questo aspetto è particolarmente rilevante, perchè conferma che il Sudan è ormai inserito in una infrastruttura regionale e transregionale di supporto al conflitto, che supera ampiamente i suoi confini e rende più difficile qualsiasi tentativo di isolamento del teatro bellico.

Un altro elemento decisivo messo in luce da UN News è l’espansione delle capacità-drone di entrambe le parti. La missione ritiene che fornitori stranieri abbiano rafforzato in modo sostanziale sia le RSF sia le SAF, consentendo attacchi molto oltre le linee del fronte. In particolare, vi sarebbero ragionevoli motivi per ritenere che anche le SAF abbiano utilizzato droni forniti dall’estero in operazioni che hanno colpito civili e obiettivi civili. Questo cambia la natura del conflitto: non più solo scontro tra forze rivali sul terreno, ma guerra sempre più segnata da tecnologie remote e dual use che amplificano la portata offensiva e aumentano la vulnerabilità delle popolazioni.

Il rapporto insiste sul fatto che le conseguenze di questo sostegno esterno ricadono soprattutto sui civili. Attacchi contro abitazioni, ospedali, scuole, mercati e luoghi di rifugio mostrano che le reti straniere di appoggio non stanno producendo maggiore sicurezza, ma una guerra più devastante. La missione collega inoltre il supporto esterno alle operazioni delle RSF nel campo di Zamzam e nella successiva presa di El-Fasher, dove sono state documentate gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e crimini internazionali, con condotte che, secondo la missione, presentano tratti riconducibili al genocidio.

Quello in Sudan è diventato un conflitto in cui la linea tra guerra interna e proiezione esterna di violenza organizzata si sta rapidamente dissolvendo. Non si tratta più solo di fermare i due attori armati sul terreno, ma di colpire l’intera rete di facilitatori, fornitori, reclutatori e intermediari che rende possibile la prosecuzione della guerra. Per questo la missione chiede il rafforzamento dell’embargo sulle armi, la sua estensione a tutto il Sudan, e misure di accountability contro individui ed entità coinvolti nei circuiti di supporto illecito.

In ultima analisi, il Sudan rappresenta uno dei casi più chiari di come i conflitti contemporanei possano essere combattuti localmente ma alimentati globalmente. E finchè resterà intatta questa infrastruttura transnazionale del conflitto, ogni appello alla protezione dei civili rischierà di restare insufficiente.

M.E.

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Geostrategic magazine (4 september 2026)

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