L’Iran attacca i paesi vicini nonostante le minacce di Trump

La nuova escalation tra Iran e Stati Uniti mostra che il conflitto è entrato in una fase di piena regionalizzazione militare, in cui il teatro di guerra non coincide più con il solo territorio iraniano, ma si estende all’intero arco strategico del Golfo e del Levante. Come riferisce Al Arabiya, Teheran ha colpito obiettivi militari americani in Kuwait, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e nel Kurdistan iracheno, mentre il Kuwait ha annunciato di aver intercettato missili e droni iraniani. Questo passaggio è cruciale: l’Iran non sta solo rispondendo a raid americani, ma sta mostrando di voler rendere il costo del confronto distribuito su tutto il sistema regionale di sicurezza legato a Washington.

Il secondo dato decisivo riguarda la persistenza dello stallo strategico. Sempre secondo Al Arabiya, gli Stati Uniti rivendicano la capacità di colpire l’Iran “in qualsiasi momento”, mentre Teheran dichiara di aver adottato una “nuova strategia” destinata a spezzare le fondamenta americane. Il problema geostrategico è che entrambe le parti ritengono di poter ancora guadagnare leva attraverso l’escalation. Questo riduce drasticamente lo spazio di disinnesco e prolunga una guerra che, sei mesi dopo l’inizio, appare sempre più simile a un conflitto di logoramento ad alta intensità regionale.

Il nodo centrale resta lo Stretto di Hormuz. Al Arabiya sottolinea che l’Iran continua a mantenere una stretta sulla rotta energetica, mentre gli Stati Uniti insistono con la contro-bloccata dei porti iraniani. In questo quadro, la guerra non è soltanto un confronto militare: è una lotta per il controllo delle infrastrutture critiche del commercio globale dell’energia. Il fatto che proiettili abbiano colpito anche due petroliere, con vittime tra i marinai, rafforza l’idea che il traffico marittimo sia ormai parte integrante del campo di battaglia.

Sul piano politico-economico, Al Arabiya segnala anche l’intenzione americana di portare la pressione al massimo livello attraverso nuove sanzioni rivolte non solo all’Iran, ma anche ai suoi partner commerciali. Questo significa che Washington sta saldando sempre di più coercizione militare e strangolamento economico in un’unica strategia. Per Teheran, la risposta non è soltanto difensiva: è anche simbolica e narrativa, come mostra la durissima reazione iraniana dopo l’attacco americano che avrebbe colpito un matrimonio nel sud del Paese, causando vittime civili. In questo senso, il conflitto si alimenta non solo di obiettivi militari, ma anche di episodi che radicalizzano ulteriormente la percezione della guerra.

Un ulteriore elemento di instabilità è il ruolo di Israele, che secondo Al Arabiya non è al momento il bersaglio diretto degli attacchi iraniani di questa fase, ma si dichiara pronto a reagire con grande forza in caso di escalation durante le festività ebraiche di metà settembre. Questo crea una situazione molto delicata: la guerra si allarga nella regione pur senza coinvolgere ancora in pieno il fronte israelo-iraniano, ma la deterrenza israeliana resta sullo sfondo come possibile moltiplicatore ulteriore del conflitto.

Siamo davanti a una guerra che tende a diffondersi orizzontalmente nello spazio mediorientale, combinando attacchi militari, pressione economica, minaccia alle rotte energetiche e radicalizzazione politica. Il rischio non è’ soltanto una nuova escalation episodica, ma la trasformazione del Golfo in un teatro stabile di confronto armato e coercizione sistemica, con implicazioni dirette per sicurezza regionale, mercati energetici e postura delle grandi potenze.

M.E.

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Geostrategic magazine (3 september 2026)

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