(Marco Emanuele)
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The Soufan Center sostiene che, a sei mesi dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, il conflitto resti irrisolto nonostante gli sforzi di mediazione, perchè entrambe le leadership continuano a ritenere di trovarsi ancora in una posizione strategica favorevole. Questo irrigidisce i margini negoziali e mantiene aperto il rischio di una nuova escalation, soprattutto attorno allo Stretto di Hormuz, che rimane il fulcro sia della coercizione iraniana sia della risposta militare ed economica americana.
Secondo The Soufan Center, uno dei nodi centrali è che sia Washington sia Teheran sembrano prigioniere di assunti strategici imperfetti. Gli Stati Uniti avrebbero sopravvalutato la capacità di un mix di decapitazione della leadership, pressione economica e blocco navale di produrre il collasso del regime o una resa politica sul nucleare. L’Iran, dal canto suo, avrebbe sovrastimato la propria capacità di usare missili, droni, mine e minaccia ai traffici marittimi per spingere il prezzo del petrolio a livelli insostenibili, dividere gli Stati Uniti dai partner del Golfo e costringere Washington a ritirarsi. In sostanza, entrambe le strategie hanno inflitto costi, ma nessuna ha ottenuto il risultato politico massimo sperato.
L’analisi evidenzia poi che il conflitto sta già ridefinendo la struttura di sicurezza del Golfo. Gli Stati arabi del Golfo non sembrano intenzionati a rompere il legame con l’ombrello di sicurezza americano, ma ne stanno chiaramente ricalibrando il valore e i limiti. La vulnerabilità delle basi regionali e il costo crescente della difesa antimissile stanno spingendo questi Paesi a diversificare partnership, riesaminare la convenienza di ospitare una forte presenza militare statunitense e accelerare progetti energetici che bypassino Hormuz. Se questa tendenza si consolida, l’Iran potrebbe perdere nel lungo periodo una parte rilevante della propria leva strategica sullo Stretto.
Dal lato iraniano, The Soufan Center osserva anche un ridimensionamento della storica forward defense strategy basata sull’“Asse della Resistenza”. La guerra avrebbe mostrato che gli alleati regionali di Teheran – da Hezbollah ad Hamas, fino alle milizie irachene e agli Houthi – non sono riusciti a fungere da moltiplicatore decisivo capace di cambiare l’equilibrio del conflitto. Alcuni hanno inflitto danni o aperto fronti di pressione, ma senza alterare in modo determinante la postura americana o israeliana. Questo mette in discussione uno dei capisaldi della deterrenza iraniana degli ultimi decenni.
La conclusione è che il conflitto non stia producendo un vincitore netto, ma una ricomposizione instabile degli equilibri regionali. Gli Stati Uniti restano militarmente presenti ma meno incontestati; l’Iran conserva capacità di disturbo ma vede restringersi l’efficacia della sua leva; gli attori del Golfo cercano più autonomia strategica senza rompere con Washington. In questa cornice, anche se un’intesa temporanea dovesse emergere, il Medio Oriente post-crisi appare destinato a essere più frammentato, più prudente nelle alleanze e più orientato a contenere i rischi sistemici legati a energia, basi militari e rotte marittime.



