(Marco Emanuele)
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Mostafa Salem per CNN descrive un’Iran segnato da una frattura interna sempre più profonda su come tradurre in vantaggio politico un conflitto entrato in una fase di stallo. Il nodo non è solo militare, ma strategico: da un lato i pragmatici vedono nei negoziati con Washington l’ultima finestra utile per consolidare i risultati ottenuti e alleggerire la pressione su un’economia logorata; dall’altro gli oltranzisti interpretano la sopravvivenza stessa della Repubblica islamica come una vittoria e ritengono che resistere sia più sicuro che trattare con un interlocutore americano giudicato inaffidabile.
Secondo CNN, questa divisione richiama un riflesso storico radicato nella leadership iraniana: l’idea che la guerra premi non necessariamente il più forte, ma chi riesce a durare più a lungo. In questa logica, la linea dura punta a trasformare l’attrito prolungato in uno strumento politico, contando su missili, droni, reti regionali alleate e tenuta ideologica per logorare la pressione esterna e rafforzare al tempo stesso la propria posizione interna. La diplomazia, al contrario, viene vista dai conservatori più radicali come un possibile cavallo di Troia per preparare nuove concessioni o persino ulteriori attacchi americani.
L’elemento più delicato è che la contesa con Washington si intreccia ormai con la lotta per la successione e la legittimazione del potere a Teheran. Sempre nell’analisi di Mostafa Salem su CNN, il silenzio di Mojtaba Khamenei segnala che il vero centro decisionale cerca di non esporsi finché il costo politico di una scelta netta resta troppo alto. In termini strategici, ciò significa che la postura iraniana potrebbe restare ambigua: abbastanza flessibile da non chiudere del tutto il canale negoziale, ma sufficientemente rigida da impedire un’intesa rapida. Il risultato è un equilibrio instabile in cui l’Iran tenta di “vincere la pace” senza cedere sul piano simbolico, mentre le fazioni interne usano la crisi esterna per ridefinire i rapporti di forza dentro il regime.
La conclusione implicita dell’analisi di CNN è che la vera posta in gioco non sia soltanto il rapporto con gli Stati Uniti, ma la forma futura dello Stato iraniano. Se prevarrà la linea pragmatica, Teheran potrebbe cercare una de-escalation negoziata per salvare economia e sistema politico. Se invece si imporrà la linea dura, l’Iran rischia di consolidarsi come potenza di resistenza permanente, più isolata ma più militarizzata, con effetti diretti sugli equilibri del Golfo, sulla sicurezza energetica e sulla stabilità regionale.
(English Version)
Mostafa Salem for CNN describes an Iran marked by an increasingly deep internal split over how to turn a stalled conflict into political advantage. The issue is not only military, but strategic: on one side, the pragmatists see negotiations with Washington as the last useful window to consolidate the gains achieved and ease pressure on a battered economy; on the other, the hardliners view the very survival of the Islamic Republic as a victory and believe that resistance is safer than dealing with an American counterpart they consider unreliable.
According to CNN, this divide reflects a historical instinct deeply rooted in Iran’s leadership: the idea that war does not necessarily reward the strongest side, but the one able to endure the longest. In this logic, the hardline camp seeks to turn prolonged attrition into a political instrument, relying on missiles, drones, allied regional networks, and ideological cohesion to wear down external pressure while simultaneously strengthening its domestic position. Diplomacy, by contrast, is seen by the more radical conservatives as a possible Trojan horse for further concessions or even additional American attacks.
The most delicate element is that the confrontation with Washington is now intertwined with the struggle over succession and the legitimacy of power in Tehran. Again in Mostafa Salem’s analysis for CNN, Mojtaba Khamenei’s silence suggests that the real decision-making center is trying not to expose itself as long as the political cost of a clear choice remains too high. In strategic terms, this means Iran’s posture may remain ambiguous: flexible enough not to close the negotiating channel entirely, but rigid enough to prevent a rapid agreement. The result is an unstable equilibrium in which Iran is trying to “win the peace” without yielding symbolically, while internal factions use the external crisis to redefine the balance of power within the regime.
The implicit conclusion of CNN’s analysis is that the real stakes are not limited to Iran’s relationship with the United States, but involve the future shape of the Iranian state itself. If the pragmatic line prevails, Tehran may seek a negotiated de-escalation to preserve both the economy and the political system. If, instead, the hardline camp asserts itself, Iran risks consolidating into a permanent resistance power, more isolated but also more militarized, with direct consequences for Gulf balances, energy security, and regional stability.
Iran’s internal power struggle could decide when Trump’s war ends | CNN



