(Marzia Giglioli)
Che sarebbe stata una sfida combattuta lo si sapeva: tuttavia, al momento del verdetto, i dati hanno evidenziato quanto l’Islanda fosse divisa sulla questione se riavviare o meno i negoziati con l’Unione Europea.
Dopo una notte di scrutinio è giunto il verdetto: l’lslanda dice ‘no’ all’UE e la campagna per il ‘no’ – sostenuta da ingenti risorse finanziarie come notano molti analisti – ha festeggiato la vittoria, decretata con circa il 52,8% dei voti.
Chi guardava con favore a Bruxelles aveva criticato fortemente la campagna per il ‘no’, accusandola di fare leva sulla paura e non sulle prospettive. Molti hanno visto parecchie somiglianze con le tecniche di comunicazione adottate dai sostenitori della Brexit durante il referendum britannico del 2016.
Un fattore chiave del successo è stato il modo in cui la campagna ha dipinto la pesca e l’agricoltura – due settori indissolubilmente legati all’identità nazionale islandese – come attività minacciate dall’adesione all’UE. I risultati hanno infatti rivelato una netta spaccatura tra gli elettori della regione della capitale e quelli del resto del Paese, prevalentemente rurale, dove è diffuso il timore che l’identità nazionale rischi di andare perduta.



